28/11/2008
Stelle, c'è zucchero nello spazio
tratto da: www.repubblica.it
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Stelle, c'è zucchero nello spazio
"Svelata l'origine della vita"
Una molecola trovata a 26mila anni luce "È il primo elemento del brodo primordiale" di ELENA DUSI
Il brodo primordiale è dolce e viene preparato nella cucina dello spazio, con la polvere di stelle a fornire gli ingredienti e gli astri in via di formazione che danno il calore necessario. Il radiotelescopio delle Alpi di Grenoble, il cui occhio è guidato da un gruppo di astronomi italiani, francesi e spagnoli, ha individuato una molecola di zucchero che fluttua nello spazio a 26mila anni luce da noi con una temperatura simile a quella della Terra durante una giornata estiva. Non si tratta ancora di un extraterrestre così come la fantascienza lo immagina, ma con tutta probabilità quel che si è scoperto è la lettera alfa dell'alfabeto che compone la vita.
Lo zucchero glicolaldeide che si trova immerso della nube stellare G31, alla periferia della Via Lattea, è uno dei primi mattoni della biologia. Fa parte di quelle molecole capaci di assemblarsi attraverso reazioni chimiche sempre più complesse fino a raggiungere lo stadio che è considerato il traguardo della vita: il Dna e l'Rna. Sono loro le due molecole che consentono la divisione degli organismi, aprendo la strada a uno dei requisiti fondamentali degli esseri viventi: la riproduzione.
Insieme al ritrovamento di tracce biologiche su alcuni meteoriti caduti sulla Terra, la scoperta dello zucchero stellare appena pubblicata sulla rivista Astrophysics finisce col dare maggior peso a quella teoria della panspermia avanzata dall'astronomo britannico Fred Hoyle. Negli anni ?50 Hoyle (che era anche scrittore di fantascienza) suggerì che la vita fosse nata nello spazio e avesse poi colonizzato il pianeta Terra (e anche altri, con tutta probabilità) viaggiando a bordo di comete e meteoriti. Negli anni in cui Stanley Miller riempiva ampolle di vetro con i gas del brodo primordiale, Hoyle arrivò a scommettere con gli ascoltatori della sua trasmissione radio che da qualche parte nello spazio ci fosse già una squadra di cricket capace di sconfiggere le nazionali inglese e australiana, le più forti sul pianeta azzurro.
Lo zucchero glicolaldeide che si trova immerso della nube stellare G31, alla periferia della Via Lattea, è uno dei primi mattoni della biologia. Fa parte di quelle molecole capaci di assemblarsi attraverso reazioni chimiche sempre più complesse fino a raggiungere lo stadio che è considerato il traguardo della vita: il Dna e l'Rna. Sono loro le due molecole che consentono la divisione degli organismi, aprendo la strada a uno dei requisiti fondamentali degli esseri viventi: la riproduzione.
Insieme al ritrovamento di tracce biologiche su alcuni meteoriti caduti sulla Terra, la scoperta dello zucchero stellare appena pubblicata sulla rivista Astrophysics finisce col dare maggior peso a quella teoria della panspermia avanzata dall'astronomo britannico Fred Hoyle. Negli anni ?50 Hoyle (che era anche scrittore di fantascienza) suggerì che la vita fosse nata nello spazio e avesse poi colonizzato il pianeta Terra (e anche altri, con tutta probabilità) viaggiando a bordo di comete e meteoriti. Negli anni in cui Stanley Miller riempiva ampolle di vetro con i gas del brodo primordiale, Hoyle arrivò a scommettere con gli ascoltatori della sua trasmissione radio che da qualche parte nello spazio ci fosse già una squadra di cricket capace di sconfiggere le nazionali inglese e australiana, le più forti sul pianeta azzurro.
"Cercare le molecole della vita non era il nostro obiettivo. Siamo astronomi e ci occupiamo di cinematica delle formazioni stellari" racconta oggi Claudio Codella, ricercatore della sezione di radioastronomia dell'Inaf (Istituto nazionale di astrofisica), uno dei componenti dell'équipe che ha fatto la scoperta. "Però quando abbiamo notato quel debole segnale strano tra i nostri risultati ci siamo subito messi in allarme. Non si trattava di uno degli elementi più abbondanti nell'universo e solo alla fine siamo riusciti a dargli l'etichetta del glicolaldeide. Accanto a lui, con tutta probabilità, esistono altre molecole della vita che non siamo ancora in grado di identificare".
Per Ernesto Di Mauro - che insegna biologia molecolare alla Sapienza di Roma, è fra i fondatori della Società di astrobiologia italiana e ha condotto esperimenti sulla formazione del Dna e Rna nei meteoriti - il glicolaldeide era uno dei pezzi che mancavano per spiegare la sintesi delle molecole della vita nello spazio. "Senza questi zuccheri - spiega - Dna e Rna sarebbero stringhe senza forma.
Assomiglierebbero a spaghetti scotti lasciati a galleggiare nell'acqua. Il glicolaldeide è necessario per dare rigidità alla struttura, perché contiene carbonio. Questo elemento, fra i più abbondanti nell'universo dopo idrogeno e ossigeno, può essere paragonato a un mattoncino Lego. Riesce a combinarsi in un numero molto grande di strutture ha un'importanza fondamentale per gli esseri viventi".
A Science Serena Viti, un'altra astrofisica che ha partecipato alla scoperta, commenta che l'abbondanza dello zucchero trovato nella nube stellare dimostra che la formazione di queste molecole "dev'essere un processo comune anche ad altre regioni dell'universo dove ci sono stelle in formazione".
10:34
Scritto da: auroraxspirit
in astronomia, biologia, fisica, universo | Link permanente | Commenti (0)
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14/11/2008
prima foto di pianeta extrasolare
tratto da: www.repubblica.it
E' più simile alla Terra rispetto a tutti quelli scoperti finora
Ma le speranze di trovarci vita sono considerate quasi nulle
Fomalhaut b e tutti i suoi anelli
prima foto di pianeta extrasolare
Possiede una massa come quella di Giove, a 25 anni luce da noi
di LUIGI BIGNAMI
DOPO OTTO anni di tentativi, un gruppo di ricercatori dell'Università di Berkeley (California-Usa) è riuscito finalmente a fotografare un pianeta extrasolare che potrebbe essere per lo più solido, quindi più simile alla Terra rispetto a tutti quelli scoperti finora. Si trova a soli 25 anni luce da noi e, probabilmente, possiede una massa simile a quella di Giove. L'oggetto orbita attorno alla stella Fomalhaut a una distanza che corrisponde a circa 4 volte quella che vi è tra Nettuno e il nostro Sole, che è di circa 4 miliardi e mezzo di chilometri. Al momento al pianeta è stato dato il nome di Fomalhaut b e, stando alle prime indicazioni, potrebbe essere circondato da un gruppo di anelli simili a quelli che Giove possedeva prima che il materiale si addensasse nei noti satelliti galileiani.
"Già nel 2005 avevamo avanzato l'ipotesi che l'anello di polveri che circonda la stella potesse ospitare un grosso pianeta, in quanto avevamo osservato un punto particolarmente privo di materiale. Ciò poteva significare che un pianeta aveva aggregato a sé gli oggetti che riempivano quello spazio. Ora, finalmente, abbiamo la prova visiva che là davvero esiste un pianeta", ha spiegato Paul Kalas, responsabile della ricerca, che è pubblicata su Science.
Nella maggioranza dei casi i pianeti extrasolari non vengono cercati attraverso fotografie, in quanto gli strumenti oggi in possesso difficilmente riuscirebbero a identificarli vicino alle loro stelle, ma attraverso tecniche che sfruttano il calo di luce che essi causano alla propria stella quando passano loro davanti. Oppure attraverso metodi che rilevano le alterazioni della traiettoria delle stelle attorno a cui orbitano, in seguito dell'attrazione gravitazionale che i pianeti esercitano.
I tentativi di fotografare i pianeti sono stati fatti solo all'infrarosso puntando i telescopi verso stelle giovani nella speranza di osservare pianeti in formazione ancora caldi. Nel caso di Fomalhaut b però si è cercato in luce visibile e per questo il risultato è considerato eccezionale. A onor di cronaca già in un altro caso il Telescopio Gemini posto alle Hawaii aveva fotografato un probabile pianeta extrasolare, ma questi ha una massa di 8-9 volte quella di Giove e quindi si avvicina di più alle "nane brune" (oggetti che sono una via di mezzo tra i pianeti e le stelle), che non a un vero pianeta.
"Fomalhaut b si trova all'interno di una fascia di polveri così ricca che è assai probabile che esso sia per lo più roccioso o per lo meno abbia un nucleo solido assai consistente", ha detto Eugene Chiang, coautore della ricerca.
Le speranze di trovare vita su quel pianeta tuttavia, sono quasi nulle. La sua stella infatti, possiede solo 200 milioni di anni e vivrà per non più di un miliardo di anni, troppo poco perché sul pianeta si inneschino le condizioni per sostenere la vita (il nostro Sole ha 4,5 miliardi di anni e vivrà per un tempo altrettanto lungo). La breve vita della stella fa si che essa sia 16 volte più luminosa rispetto al nostro Sole e che la luce sul pianeta appaia simile a quella della nostra stella che si osserva da Nettuno, anche se Fomalhaut b si trova ad una distanza 4 volte superiore dalla sua stella madre.
In questi giorni giunge un'altra scoperta di pianeti extrasolari, che verrà anch'essa pubblicata su Science. Si tratta di una vera e propria famiglia di pianeti portata alla luce dal telescopio Gemini. Grazie ad esso infatti, ricercatori del Lowell Observatory hanno messo in luce che attorno alla stella HR 8799 vi sono ben tre pianeti che hanno un'età di circa 60 milioni di anni. Secondo alcune stime essi dovrebbero avere una massa di 7, 10 e 10 volte quella di Giove ed avere un diametro compreso tra il 20 e il 30% superiore al nostro pianeta gigante.
Ad oggi i pianeti extrasolari scoperti sono 322 ed orbitano attorno a 276 stelle. Ma c'è da essere certi, si è solo all'inizio.
(13 novembre 2008)
"Già nel 2005 avevamo avanzato l'ipotesi che l'anello di polveri che circonda la stella potesse ospitare un grosso pianeta, in quanto avevamo osservato un punto particolarmente privo di materiale. Ciò poteva significare che un pianeta aveva aggregato a sé gli oggetti che riempivano quello spazio. Ora, finalmente, abbiamo la prova visiva che là davvero esiste un pianeta", ha spiegato Paul Kalas, responsabile della ricerca, che è pubblicata su Science.
Nella maggioranza dei casi i pianeti extrasolari non vengono cercati attraverso fotografie, in quanto gli strumenti oggi in possesso difficilmente riuscirebbero a identificarli vicino alle loro stelle, ma attraverso tecniche che sfruttano il calo di luce che essi causano alla propria stella quando passano loro davanti. Oppure attraverso metodi che rilevano le alterazioni della traiettoria delle stelle attorno a cui orbitano, in seguito dell'attrazione gravitazionale che i pianeti esercitano.
I tentativi di fotografare i pianeti sono stati fatti solo all'infrarosso puntando i telescopi verso stelle giovani nella speranza di osservare pianeti in formazione ancora caldi. Nel caso di Fomalhaut b però si è cercato in luce visibile e per questo il risultato è considerato eccezionale. A onor di cronaca già in un altro caso il Telescopio Gemini posto alle Hawaii aveva fotografato un probabile pianeta extrasolare, ma questi ha una massa di 8-9 volte quella di Giove e quindi si avvicina di più alle "nane brune" (oggetti che sono una via di mezzo tra i pianeti e le stelle), che non a un vero pianeta.
"Fomalhaut b si trova all'interno di una fascia di polveri così ricca che è assai probabile che esso sia per lo più roccioso o per lo meno abbia un nucleo solido assai consistente", ha detto Eugene Chiang, coautore della ricerca.
Le speranze di trovare vita su quel pianeta tuttavia, sono quasi nulle. La sua stella infatti, possiede solo 200 milioni di anni e vivrà per non più di un miliardo di anni, troppo poco perché sul pianeta si inneschino le condizioni per sostenere la vita (il nostro Sole ha 4,5 miliardi di anni e vivrà per un tempo altrettanto lungo). La breve vita della stella fa si che essa sia 16 volte più luminosa rispetto al nostro Sole e che la luce sul pianeta appaia simile a quella della nostra stella che si osserva da Nettuno, anche se Fomalhaut b si trova ad una distanza 4 volte superiore dalla sua stella madre.
In questi giorni giunge un'altra scoperta di pianeti extrasolari, che verrà anch'essa pubblicata su Science. Si tratta di una vera e propria famiglia di pianeti portata alla luce dal telescopio Gemini. Grazie ad esso infatti, ricercatori del Lowell Observatory hanno messo in luce che attorno alla stella HR 8799 vi sono ben tre pianeti che hanno un'età di circa 60 milioni di anni. Secondo alcune stime essi dovrebbero avere una massa di 7, 10 e 10 volte quella di Giove ed avere un diametro compreso tra il 20 e il 30% superiore al nostro pianeta gigante.
Ad oggi i pianeti extrasolari scoperti sono 322 ed orbitano attorno a 276 stelle. Ma c'è da essere certi, si è solo all'inizio.
(13 novembre 2008)
09:20
Scritto da: auroraxspirit
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