23/03/2009

PORTA SEGRETA CERVELLO FA ENTRARE SCLEROSI MULTIPLA

tratto da: www.ansa.it

 

» 2009-03-23 09:53

PORTA SEGRETA CERVELLO FA ENTRARE SCLEROSI MULTIPLA

di Enrica Battifoglia

ROMA - Una porta d'accesso al cervello finora considerata secondaria è in realtà il passaggio segreto che apre la via alla sclerosi multipla e molto probabilmente ad altre malattie autoimmuni, nelle quali il sistema immunitario aggredisce l'organismo al quale appartiene. La scoperta, che potrebbe aprire la strada a nuove vie per la terapia, è pubblicata sulla rivista Nature Immunology ed è firmata quasi interamente da italiani. Due degli autori fanno parte della classifica dei 20 immunologi più citati al mondo: sono la coordinatrice della ricerca, Federica Sallusto, che lavora in Svizzera presso l'Istituto di Ricerca in Biomedicina (Irb) di Bellinzona, e Antonio Lanzavecchia, direttore dell'Irb. Tra gli altri autori ci sono Andrea Reboldi, dottorando presso l'Irb, e Antonio Uccelli, che nell'università di Genova ha dimostrato che il meccanismo osservato nei topi ha un corrispettivo nell'uomo. La ricerca è stata realizzata anche grazie al finanziamento della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (Fism).

- INVASIONE IN DUE TEMPI: ad aprire la strada alla sclerosi multipla e probabilmente a malattie simili è una staffetta di cellule immunitarie. In un primo momento, attraverso un passaggio segreto penetra nel cervello una prima ondata di cellule, i linfociti T che producono l'interleuchina 17 (Th-17), scoperti appena tre anni fa. I linfociti Th-17 si legano quindi al loro recettore (Ccr6) e aprono la strada ad una seconda ondata di cellule Th-17, che questa volta entrano dalla porta principale, la barriera emato-encefalica.

- IL PASSAGGIO SEGRETO: è il plesso corioideo, la matassa di vasi sanguigni nella quale viene prodotto il liquido spinale. La sua esistenza era nota, spiegano gli autori della ricerca, ma era considerata una "porta di servizio", secondaria rispetto al portone principale, la barriera emato-encefalica. "Invece è un passaggio segreto molto importante", osservano Sallusto e Lanzavecchia. E' da lì che entrano le prime cellule sabotatrici che scatenano la malattia.

- ARMA CONTRO SCLEROSI MULTIPLA: per ora si intravede un'idea: "bloccare il recettore Ccr6 che fa insediare nel cervello la prima ondata di cellule immunitarie, ossia bloccare la prima ondata per bloccare la malattia", spiega Lanzavecchia. Per Sallusto "le ricadute saranno importanti per la sclerosi multipla" perché bloccare la prima ondata di cellule potrebbe avere un effetto terapeutico: è una strada da esplorare, anche perché il Ccr6 è un bersaglio relativamente semplice" e sono già noti anticorpi e alcune molecole in grado di bloccarlo.

- ALTRE MALATTIE NEL MIRINO: per Sallusto lo stesso meccanismo potrebbe essere coinvolto in altre malattie autoimmuni, come l'artrite reumatoide, e nelle infiammazioni.

- LE RONDE DEL CERVELLO: a usare il passaggio segreto potrebbero essere, oltre alle cellule "cattive", anche cellule immunitarie utili, come quelle che compongono le "ronde" che pattugliano l'organismo in cerca di tumori e infezioni. Questo fenomeno, chiamato immunosorveglianza, è noto in alcuni organi e ci sono buone possibilità che potrebbe essere attivo anche nel cervello.

 

 

14/01/2009

Belle, sexy e anche più infedeli. "Dipende da un solo ormone"

 MA PENSA UN PO'....

.tratto da: www.repubblica .it 

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Belle, sexy e anche più infedeli
"Dipende da un solo ormone"

Una ricerca texana ha analizzato i livelli di estradiolo di 52 donne tra i 18 e i 30 anni. Se sono alti, l'appagamento diventa difficile. Ma la sessuloga: "I comportamenti sono indotti dall'ambiente" di BENEDETTA PERILLI


L'HANNO chiamato l'ormone Marilyn Monroe perché, secondo gli scienziati dell'Università del Texas, sarebbe responsabile di alcune caratteristiche fisiche e comportamentali molto simili a quelle della bionda icona americana. L'ormone in questione è l'estradiolo e, se prodotto in alte quantità dal corpo femminile, contribuirebbe a rendere le donne più belle, più sexy e, di contro, anche più infedeli. Ecco una bella ricerca fatta apposta per stimolare i peggiori preconcetti dei maschi. Anzi, ne suggeriamo uno proprio sull'altro sesso.

Ma parliamo dello studio. Condotto da un team di ricercatori dell'Università del Texas di Austin e diretto da Kristina Durante, ha analizzato i livelli ormonali di 52 donne tra i 18 e i 30 anni tramite il prelievo di un tampone salivare. Successivamente alle donne è stato somministrato un test nel quale veniva chiesto di dare un voto alla percezione di sensualità di se stesse, a quella che gli altri avevano di loro, alla loro motivazione sessuale e ai loro comportamenti all'interno della coppia. Parallelamente allo studio scientifico, i cui risultati sono stati pubblicati sul numero di gennaio della rivista Royal Society Journal Biology Letters, le donne sono state fotografate e le immagini sono state sottoposte al giudizio di volontari di sesso maschile.

"Le donne con i livelli più alti di estradiolo sono state giudicate molto più attraenti dal punto di vista fisico sia da loro stesse che dagli altri - così Kristina Durante - hanno inoltre dichiarato di passare da un uomo a un altro con maggiore facilità delle altre. Anche in presenza di una relazione fissa".

Lo studio ha fatto emergere che donne con maggiori percentuali di estradiolo non trovano facile appagamento nelle loro storie a lungo termine e non disdegnano di diventare le prede di altri uomini, presumibilmente più attraenti.

Il coinvolgimento attivo degli estrogeni nel comportamento femminile non è una scoperta nuova e studi precedenti avevano già dimostrato la connessione tra picchi ormonali e scelta di un abbigliamento provocante, o adozione di atteggiamenti pericolosi o sessualmente a rischio.

Tra gli estrogeni femminili l'estradiolo, quando presente in tassi elevati, sarebbe dunque il principale responsabile di alcuni comportamenti lascivi e, sempre secondo Kristina Durante, "porterebbe le donne a flirtare con molti uomini, e a tradire il partner quando capita 'a tiro' qualche uomo che suggerisce loro messaggi di maggiore mascolinità".

Sul rapporto tra ormoni e comportamento femminile Emmanuele Jannini, docente di sessuologia medica dell'Università dell'Aquila, spiega: "Sicuramente la sessualità femminile e i sentimenti della donna sono ormonodipendenti. Basti pensare che nell'80% dei casi gli omicidi per mano di donne avvengono nella loro fase premestruale o che nella fase dell'ovulazione, durante la quale c'è un picco nella produzione di estrogeni, le donne hanno una maggiore tendenza ai rapporti sessuali. È difficile però ricondurre tutto al livello di un solo ormone dato che la sessualità delle donne dipende dagli ormoni in maniera ciclante e molto complessa".

Lo stesso ormone sarebbe responsabile anche della tipica forma a clessidra di alcune donne, oltre che di una perfetta simmetria del volto e di seni abbondanti.

Ma attenzione: secondo Alessandra Graziottin, responsabile del centro di ginecologia del San Raffaele Resnati di Milano, lo studio condotto dall'Università del Texas sarebbe falso: "L'equazione più ormoni più partner che emerge dalla studio è sbagliata. Il livello di estrogeni, che in ciascuna donna è geneticamente programmato, è correlato alla femminilità esaltandone l'attrazione rendendo il corpo più femminile e quindi più predisposto alla riproduzione".

Ma per quanto riguarda la fedeltà, non è tutta colpa dell'estradiolo. Sbagliato dunque prendere l'ormone come alibi per i propri comportamenti. "Gli atteggiamenti libertini - aggiunge Alessandra Graziottin - non dipendono dagli estrogeni ma sono indotti dall'ambiente in cui cresciamo".

Dello stesso parere anche Andrea Lenzi, ordinario di endocrinologia presso l'Università La Sapienza di Roma: "Quello emerso non è un dato scientifico ma sociologico. Gli ormoni hanno una certa rilevanza nel comportamento umano ma un dato in cui si deva ad un solo ormone il condizionamento di alcuni comportamenti sociali non è attendibile".

(14 gennaio 2009)

12/12/2008

"Lo zucchero come una droga"

tratto da repubblica.it

Una ricerca dimostra che assumere il dolcificante in dosi massicce provoca dipendenza
L'esperimento è stato condotto su cavie ma, secondo gli esperti, il meccanismo è identico sull'uomo

"Lo zucchero come una droga"
Crisi d'astinenza per i casi gravi

di SARA FICOCELLI

Altro che semplici golosi: uno studio dell'Università di Princeton, nel New Jersey, dimostra che molti "golosi" sono in realtà tossici perché lo zucchero - a quanto pare - provoca dipendenza. Sembra una curiosità ma questa dei ricercatori di Princeton è una scoperta, importante per il mondo scientifico perché conferma ciò che molte persone a dieta sospettavano da tempo: lo zucchero è una specie di droga.

Secondo il neuroscienziato Bart Hoebel, abbuffarsi di zucchero può infatti avere effetti sul cervello molto simili a quelli provocati da un abuso di sostanze stupefacenti. Il ricercatore ha presentato i risultati della sua analisi al meeting del College americano di Neuropsicofarmacologia a Scottsdale, in Arizona: lo studio è stato svolto utilizzando delle cavie e somministrando loro dosi elevate di acqua zuccherata ogni giorno, dopo che avevano passato la notte a digiuno. Nel giro di tre settimane, gli animali hanno cominciato a dare segni di impazienza e frenesia, mostrando insomma un comportamento simile a quello dei tossicodipendenti in crisi di astinenza. "Rimanevano a lungo desiderosi di ricevere una nuova "dose", erano incontrollabili", ha spiegato Hoebel.

L'esperimento ha mostrato negli animali un aumento nel cervello della dopamina. "E' una sostanza che si trova nel nucleus accumbens, la parte adibita alla motivazione e al meccanismo della ricompensa - ha detto Hoebel - e si sa da tempo che l'abuso di droghe fa aumentare il rilascio di dopamina in questa parte del cervello: in questo caso abbiamo scoperto che lo zucchero agisce allo stesso modo".

In un altro esperimento le cavie, dopo essere state nutrite per un periodo a base di zucchero, sono state costrette a passare alcune settimane senza più riceverne. Quando la sostanza veniva reinserita nell'alimentazione, ne consumavano molta più di prima. A un certo punto gli scienziati hanno deciso di variare sostituendo l'acqua zuccherata con dell'alcol e hanno notato che quelle nutrite con lo zucchero ne bevevano più di quanto avrebbe fatto un topo normale. "Ancora non sappiamo come reagiscono gli esseri umani - ha concluso l'autore dello studio - Ma quel che è certo è che esiste un nesso tra la dipendenza da sostanze stupefacenti e lo sviluppo di un desiderio morboso di dolcificante".

Secondo il professor Pierfranco Spano, docente di farmacologia e tossicologia presso l'Università degli Studi di Brescia, è comunque plausibile che lo zucchero provochi dipendenza anche su di noi. "I cosiddetti sistemi di ricompensa che abbiamo nel cervello, dalla medicina anglosassone definiti "rewarding system", mediano gli effetti di tutte le sostanze da abuso. Esiste cioè una partecipazione di sistemi cerebrali in cui la master key è la dopamina. Si tratta in genere di comportamenti appetitivi che partono dal masencefalo e arrivano nel nucleus accumbens, una parte del cervello a sua volta suddivisa in due zone, la cosiddetta "shell". Questa "conchiglia" si accende in caso di desiderio o di previsione di ricompensa". Il professore precisa anche che in campo scientifico esistono i cosiddetti "gradini di rigore dimostrativo": a volte cioè vengono fatte delle scoperte fondamentali e in un secondo momento vengono costruite le teorie, in modo tale che, come diceva Popper, la prova non possa essere confutata. A questa scoperta, insomma, manca una teoria di supporto, ma il primo passo è stato fatto e si tratta di un gradino importante. "I geni e lo sviluppo postnatale - conclude Spano - indirizzano a lungo andare le persone verso alcol, zucchero o cocaina. La "scelta" dell'oggetto della dipendenza viene fatta in base all'esperienza e alla predisposizione personale: ed è su questo fronte che la scienza sta maggiormente indagando".

Sembra comunque che affinché il meccanismo di dipendenza si attivi sia necessario assumere dosi massicce di zuccheri. Dunque non preoccupatevi se amate il dessert di fine pasto, non andrete in crisi d'astinenza. Anzi, gli esperti consigliano di non rinunciare affatto ad alcuni prodotti dolciari, che oltre che dare energia fanno bene alla salute. Secondo una ricerca dei laboratori di ricerca dell'Università Cattolica di Campobasso in collaborazione con l'Istituto dei Tumori di Milano, 6,7 grammi di cioccolato al giorno rappresentano infatti la quantità ideale per proteggerci da infiammazioni e malattie cardiovascolari. E sempre un'altra ricerca nostrana, condotta quest'anno dall'Istituto di Neuroscienze del CNR di Cagliari, si è concentrata su "cioccolismo" (dall'inglese chocoholism), ovvero la dipendenza da cioccolato. "Anche se poco conosciuto - ha spiegato Giancarlo Colombo, ricercatore In-Cnr - si tratta di un fenomeno di dimensioni sorprendentemente ampie nei paesi occidentali. Fonti americane indicano che ad essere colpite maggiormente sono le donne, nella misura del 40%, mentre la popolazione maschile è coinvolta per il 15%".

La scoperta di Hoebel rappresenta dunque la quadratura del cerchio di tutta una serie di studi e potrebbe avere risvolti importanti per le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare, come binge eating (crisi da alimentazione incontrollata) o bulimia.

(11 dicembre 2008)

02/12/2008

GLI ANTIOSSIDANTI NON RALLENTANO INVECCHIAMENTO

 tratto da: www.ansa.it

 2008-12-01 17:06

GLI ANTIOSSIDANTI NON RALLENTANO INVECCHIAMENTO

 

MONZA - Creme e diete a base di anti-ossidanti, pubblicizzate per le loro proprietà antiinvecchiamento, sarebbero inutili. E' quanto sostiene uno studio dell'University College di Londra, che ha analizzato i nematodi, vermi cilindrici che, pur avendo forte potere anti-ossidante per far fronte ai danni ai tessuti da radicali liberi, non vivono più lungo.

Secondo i ricercatori non vi sarebbe una "prova certa della capacità degli anti-ossidanti, uno dei prodotti principali dell'industria cosmetica e salutista, di rallentare l'invecchiamento".

 Una teoria, quella dello stress ossidativo, nata nel 1956, dopo l'osservazione dell'invecchiamento causato dall'accumulo di danni molecolari provocati dalle diverse forme reattive dell'ossigeno, note come superossidi o radicali liberi, presenti nel corpo. Lo studio sui nematodi, che condividono con gli uomini diversi geni, ha smentito questa teoria. I vermi, geneticamente manipolati in modo da assorbire il surplus di radicali liberi, non avevano infatti alcun vantaggio in termini di invecchiamento e durata della vita. Vivevano esattamente come gli altri.

 "Sappiamo ancora poco - spiega David Gems, coordinatore dello studio - dei meccanismi dell'invecchiamento. E' chiaro che se i radicali liberi sono coinvolti, hanno un ruolo minimo, e che i danni ossidativi non sono la principale causa dell'invecchiamento. Una dieta sana e bilanciata è importante per ridurre il rischio di malattie da invecchiamento, come cancro, diabete e osteoporosi, ma non c'é la prova che mangiare antiossidanti rallenti o prevenga l'invecchiamento".

06/10/2008

DISINFETTANTI AMICI DEI BATTERI, LI RAFFORZANO

 tratto da www.ansa.it

» 2008-10-06 11:32

DISINFETTANTI AMICI DEI BATTERI, LI RAFFORZANO

 

ROMA - Sembra un controsenso, ma alcuni disinfettanti possono essere "amici" dei batteri, rendendoli più resistenti ai farmaci. Se ne è accorto uno studio americano pubblicato sulla rivista Microbiology, secondo il quale bassi livelli delle sostanze chimiche usate comunemente negli ospedali e nelle case per uccidere i batteri (chiamate biocidi) possono aiutare un batterio molto pericoloso come lo Staphylococcus aureus a liberarsi dalle sostanze chimiche che penetrano al suo interno.

In questo modo il batterio può diventare resistente ad alcuni antibiotici. I ricercatori dell'ospedale di Detroit, coordinati da Glenn Kaatz, hanno esposto lo stafilococco aureo prelevato dal sangue di alcuni pazienti a basse concentrazioni di biocidi frequentemente utilizzati negli ospedali. Si sono accorti così che nei batteri si accelerava l'attività delle pompe addette alla "pulizia" delle cellule da sostanze tossiche. Aumentava inoltre il numero di queste pompe di efflusso.

"Queste ultime - ha osservato Kaatz - sono le stesse generalmente utilizzate dai batteri per liberarsi dagli antibiotici. Di conseguenza i batteri patogeni che hanno un grande numero di queste pompe di efflusso possono più facilmente diventare resistenti ai farmaci ed essere perciò una minaccia per i pazienti".