08/09/2008

La vecchiaia si può fermare

tratto da: www.repubblica.it

Non è vero che la Terza Età debba significare per forza una perdita di lucidità
"Neurology" ha indagato luoghi comuni e nuove teorie sul training del pensiero

La vecchiaia si può fermare
ecco come salvare il cervello

dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI


Giocare a scacchi aiuta il cervello a mantenersi attivo

BERLINO - Non abbiate paura della terza età, non è detto che ai più giovani, anche se avete superato i settanta, dobbiate apparire "rimbambiti". Preparatevi a tempo, programmate una vita riempita non solo di vacanze o riposo, ma anche di ginnastica cerebrale e fisica, e resterete "fit", conserverete quella mens sana in corpore sano elogiata dagli antichi. Lo spiega il neurologo Valgeir Thorvaldsson, che sull'ultima edizione di Neurology ha pubblicato uno studio-decalogo su come non scivolare verso forme di demenza.

Per prima cosa, certo, valgono le arci-note raccomandazioni generiche: non fumate, la carne mangiatela poco o per nulla, dedicatevi a un'attività sportiva almeno quattro volte la settimana, controllate sempre la pressione. E già sarete fisicamente e intellettualmente vent'anni più giovani di chi non prende queste precauzioni. Ma nella sua indagine - svolta seguendo 288 anziani della prospera e civile Svezia, tutti nati nel 1901 o nel 1902, tra il loro 70mo anno di vita e la loro morte - Thorvaldsson è giunto ad altre, più interessanti scoperte.

Primo, guai a vedere con fatalismo l'invecchiamento come inevitabile processo deteriorativo delle facoltà di pensare, parlare, muoversi, far conti. L'anziano potrà essere più lento nei suoi processi cerebrali, ma se sa tenersi sveglio con esercizi adeguati conserva il vantaggio della sua maggiore esperienza. Secondo, mantenersi sani in testa e nel corpo nella terza età richiede tanti sforzi, ma vale la pena.

Facciamo per primo piazza pulita di illusioni e luoghi comuni, scrive Thorvaldsson. I cruciverba, passatempo prediletto degli anziani, sembrano ginnastica cerebrale o mnemonica utile, invece no. Non servono a nulla: mantengono le conoscenze e capacità cerebrali del momento, ma non le migliorano. Meglio dedicarsi a giochi che davvero richiedano fantasia, ragionamento, bisogno d'improvvisazione veloce. Primi fra tutti gli scacchi: il duello con le figure dell'avversario sulla scacchiera t'impone di concentrarti, ti obbliga a pensare anche con concetti matematici, insomma è una ginnastica mentale ideale.

Secondo: imparare il giapponese, o un'altra esotica e difficile lingua. Ti spinge a esercizi mnemonici ma soprattutto (al di là della difficoltà di ricordare gli ideogrammi, o i simboli del Katakana, i segni del giapponese moderno) ti aiuta a ragionare con la logica di un'altra lingua e di un'altra cultura.

Terzo: svolgere esercizi particolari, improbabili per i più. Provate a imparare a fare il giocoliere. Ottimo per il coordinamento tra muscoli e cervello, e per la velocità di reazione. È un nuovo esempio, dice lo gerontopsichiatra tedesco Hans Gutzmann, di come sia benefico stimolare un cervello anziano con sfide nuove. Cioè: guai a pensare che la vita da pensionato debba essere soprattutto riposo e relax. Un altro esempio di ginnastica mentale è la musica: se avete cessato l'attività lavorativa, studiate pianoforte o flauto, tanto più se non lo avete mai fatto prima nella vita. Studiare musica in età avanzata, avvertono i neuropsicologi dell'università di Zurigo, aiuta a contrastare la degenerazione della corteccia cerebrale frontale.

Restano poi altri consigli, più ovvii ma sempre utili: ginnastica o sport. O, specie per le donne, un po'di caffè, meglio se consumato con calma chiacchierando con coetanei: i pomeriggi in pasticceria delle vecchie signore, un'immagine tanto tipica del Mitteleuropa, rientrano anche nella lista della lotta contro la demenza senile.

(8 settembre 2008)

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05/09/2008

L'ultimo minuto - Quando la vita finisce

 tratto da: www.repubblica.it

Mentre la morte cerebrale continua a far discutere, i medici anestesisti
raccontano il momento delicato del passaggio dall'esistenza alla morte

L'ultimo minuto
Quando la vita finisce

di MAURIZIO CROSETTI

 

TORINO - Un'ultima scarica di adrenalina, il cuore che smarrisce il ritmo ma ancora non si ferma, la pressione arteriosa che s'impenna. Poi più nulla. Così muore il cervello, così si consuma l'ultimo minuto della vita, prima che i medici stabiliscano la morte cerebrale: un luogo da dove è impossibile tornare. E quel momento non appartiene a filosofi, teologi, politici, opinionisti: ci sono solo un corpo già oltre l'agonia, un medico, un respiratore artificiale e una famiglia che attende l'irreparabile notizia.

Ospedale Molinette di Torino, reparto di rianimazione. Il professor Pier Paolo Donadio, primario, racconta l'ultimo minuto della vita di un uomo. Quello che accade alle cellule cerebrali quando - come la legge stabilisce da 40 anni - vi è la "cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo". Le inevitabili domande: la persona, quando muore il suo cervello, è morta davvero? Com'è possibile considerare già cadavere un corpo ancora caldo e che respira, anche se collegato a una macchina? Come chiedere ai parenti il consenso all'espianto degli organi? È un viaggio dentro un doppio mistero: la fine della vita, la comprensione della morte dentro un corpo con un cuore che ancora batte.

Forse la morte abita dentro questo schermo di computer che il professore mostra con delicatezza, voltandolo un po': è un arcipelago di isole blu notte, appena cerchiate di un pallido azzurro. "L'azzurro è l'ossigeno, vede, ormai è solo all'esterno del cervello, tutto il resto non esiste più". Da quell'arcipelago non si torna: è la morte cerebrale vista da una "spect", vale a dire una scintigrafia (liquido di contrasto, immagine, verdetto). Il professor Pier Paolo Donadio, primario di anestesia e rianimazione all'ospedale Molinette di Torino, non ha dubbi: "Io non sono un filosofo e neppure un teologo, pur essendo un credente. Non so cos'è la morte, ma so quando è avvenuta. E so cosa dice la legge, per la quale la morte cerebrale è "cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo". Una condizione dalla quale non si riemerge, mai".


Un cervello che muore, un corpo che ancora pulsa ma solo perché lo fanno pulsare le macchine, il respiratore, i farmaci. I parenti che aspettano la risposta tremenda, un medico che è testimone infallibile, a presidio di quell'ultimo confine come una sentinella che ha combattuto, più spesso ha vinto ("La rianimazione è un luogo di vita, qui si salvano sette, otto persone su dieci") e qualche volta ha perso. Ma dove abita la morte, professore? "Nel cervello. Il quale si gonfia, per un trauma o una malattia, e la pressione non lascia più entrare sangue e ossigeno. Dopo venti minuti circa, le cellule muoiono e marciscono. L'encefalo si disfa, diventa poltiglia e siamo di fronte a un cadavere che respira artificialmente, però un cadavere senza dubbio".

Gli ultimi istanti di una vita sono quasi sempre preceduti da quella che tecnicamente si chiama "tempesta neurovegetativa": è il momento in cui, in un certo senso, il cervello si rifiuta di morire anche se è già quasi morto. È il punto di non ritorno che il medico rianimatore segue e accompagna, avendo prima tentato tutto il possibile per evitarlo. "È l'ultima scarica di adrenalina, manifestata da un picco di segni: alterazione del ritmo cardiaco, ipertensione, una sorta di estrema codata del pesce ormai quasi senza ossigeno". Da lì in avanti si è morti anche se non lo è il cuore, non ancora.

Nell'ufficio del professor Donadio c'è una macchinetta per l'espresso. "Porto qui i parenti, preparo il caffè e accendo il computer". Ecco l'arcipelago della morte blu. "Parlo con loro, spiego con le immagini e mi rendo conto di quanto sia difficile accettare non dico la fine, ma la fine di un corpo che è ancora caldo, che sembra solo dormire, che fa la pipì. Duemila persone sono in quello stato ogni anno in Italia, 200 mila nel mondo e mai nessuno si è svegliato, perché è impossibile".

Cosa succede quando il medico deve scostarsi e far passare la fine? Come la certifica? Come ne prende atto, senza tema di smentita? "Ogni malattia cerebrale, così come ogni malattia, ha una storia clinica. Io la conosco e parto da lì. Poi verifico l'assenza di determinati riflessi. Illumino l'occhio, e la pupilla non si restringe. Tocco la laringe, e niente tosse. Verso dell'acqua gelata nel timpano, e l'occhio resta immobile. Oltre, naturalmente, all'assenza di respiro spontaneo. L'osservazione di questi dati dura sei ore e viene ripetuta per tre volte. Si effettuano gli elettroencefalogrammi e i riflessi del tronco, lo fanno il rianimatore, il neurologo e il medico legale. Se è il caso si procede alla scintigrafia, ma certamente il percorso è segnato. Una cosa diversissima dal coma, dove il cervello non funziona ma è ancora vivo. Qui, lo ripeto, si tratta di cadaveri".

Torniamo per un momento davanti alla macchinetta del caffè. La luce del giorno entra filtrata, qui al terzo piano, nello studio del primario. Un pacchetto di Gauloises sulla scrivania, le foto della moglie e dei tre figli alle pareti, un crocifisso, un'icona. Sulle sedie, i parenti di quel cadavere che ancora respira. Capiranno? Perché in quei momenti si parla anche di donazione d'organi. "In tutti questi anni non ho trovato un solo individuo che non abbia capito, poi elaborare il lutto è un'altra faccenda. Mi chiedono se il loro caro è morto davvero, se è stato fatto il possibile e se c'è trasparenza nell'assegnazione degli organi, in caso di eventuale donazione. Le tre risposte sono altrettanti sì. Al massimo, il parente dice: aspettiamo il miracolo. E io pacatamente rispondo, da credente tra l'altro, che il miracolo non contempla la resurrezione".

In quella terra di nessuno che è la vita sospesa, in realtà una vita già morta che però mantiene alcuni preziosissimi organi, si inserisce il gigantesco tema dei trapianti. Che in Italia nel 2007 sono stati 3.020, per un totale di 1.084 donatori. Il dottor Riccardo Bosco, anestesista, è il responsabile del coordinamento prelievi della regione Piemonte. "Abbiamo una rete di coordinatori locali, specialisti che si occupano di donazioni e dei rapporti con le famiglie dei defunti. Prima di tutto, però, conta la formazione: e noi la facciamo per il nostro personale, compresi i centralinisti e gli addetti alle pulizie". Le ultime polemiche sulla morte cerebrale vi complicheranno il lavoro? "È presto per dirlo. Di sicuro dovremo informare sempre meglio, usando anche quel grande strumento che è Internet". Navigando nel sito "www. donalavita. net" è possibile saperne di più.

"Lo confermo, le persone che puliscono le nostre sale operatorie sanno perfettamente cos'è la morte cerebrale". Maurizio Berardino, camice celeste (è appena salito dal reparto) è il primario di rianimazione della neurochirurgia delle Molinette. Anche lui, ogni giorno, sentinella sul confine della morte. "La quale, non ho dubbi, abita là dove non si può tornare indietro. Il cuore è un muscolo, il cervello è la sede della nostra identità biologica. La morte cerebrale non ci coglie mai di sorpresa, è un evento atteso che si sviluppa con passaggi segnati e prevedibili, non è un arresto cardiaco. Ma questi reparti non sono l'anticamera dell'obitorio, qui si salvano migliaia di persone e si lotta per garantire la qualità della vita migliore possibile a chi sarà dimesso. Il vero problema è l'ignoranza, è non sapere di cosa stiamo parlando. In fondo, la medicina è fatta di cose semplici". Ma la morte, dottore, la morte del cervello si vede arrivare? "È quell'ultima scarica di adrenalina, è quella tempesta. Il problema diventa raccontarlo alle famiglie, dando loro il tempo di abituarsi all'idea. Spesso bastano quarantotto ore, altre volte non sarà sufficiente un'intera vita".

Macchine che soffiano come il respiro, monitor che pulsano con gentilezza. Ma poi cosa succede, professor Donadio? Come si varca la soglia ultima, un minuto dopo le sei ore di osservazione? "In quel momento, il medico è di fronte a un preparato biologico dagli occhi in giù. Faccio sempre un esempio: quando muore una nonna in corsia, mica si tiene la flebo nella vena, dopo. Per la morte cerebrale è lo stesso: si staccano i tubi". A quel punto, l'ultimo secondo di vita del cervello è già trascorso, non quello del cuore. "Io spengo il monitor. Perché mi sembra un'inutile agonia anche visiva, quell'onda elettrica sul monitor che perde il passo".

Siamo alla fine, adesso sì. "Il cuore, anche senza il respiro continua a battere di norma per cinque o sei minuti, che nel caso dei giovani possono diventare venti. Ma quella, da molte ore non era più una persona viva". Perché poi l'ultimo passo è sempre il penultimo. Restano ben vivi coloro che soffrono la perdita. Resta il dovere e il bisogno delle parole per dirlo, per rispondere e chiarire, per confortare. "Però le persone capiscono. Io gli voglio bene, ma bene sul serio, e loro lo sanno".

(5 settembre 2008)

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04/09/2008

ORSI ALLA DERIVA, PROIBITIVO IL RECUPERO

 tratto da: www.ansa.it

» 2008-09-03 19:26

ORSI ALLA DERIVA, PROIBITIVO IL RECUPERO

 

ROMA - Impossibile salvare nelle condizioni attuali, considerate proibitive, gli orsi polari alla deriva nel mare di Chukchi in Alaska, per i quali era stato lanciato l'allarme dal Wwf intorno al 20 agosto scorso.

"Fino ad oggi - spiega Massimiliano Rocco, responsabile specie e Traffic del Wwf Italia - il Wwf ha cercato con ogni sforzo di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sui rischi che la popolazione dell'orso polare sta correndo dovuti allo scioglimento repentino dei ghiacci polari di cui questa specie è il simbolo".

Purtroppo "le condizioni per salvare gli orsi trovati nelle acque dell'Artico si stanno dimostrando proibitive - aggiunge Rocco - e peggiorano di ora in ora, anche se si continua a sperare di rintracciare gli animali e soprattutto spronare chi ha i mezzi per intervenire".

Insomma, il Wwf non abbandona la speranza "con la coscienza pulita di fare fino all'ultimo il possibile per salvarli, anche se in una drammatica corsa contro il tempo - precisa l'esperto Wwf - questa esperienza insegna che i governi devono mettere in atto immediatamente tutti gli strumenti per affrontare l'emergenza dei cambiamenti climatici che continueranno a produrre effetti disastrosi su specie e popolazioni umane se non si cambia rotta nelle emissioni di gas serra".

Infatti, conclude Rocco "mentre gli orsi polari affogano nelle acque dell'Artico molti paesi sono infatti in fortissimo ritardo sugli impegni più volte richiamati in tutti i contesti nazionali e internazionali". 

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UNA BELLA NOTIZIA!!!

 tratto da: www.ansa.it

» 2008-09-03 17:14

PARLAMENTO UE: STOP CLONAZIONE ANIMALE

 

BRUXELLES - A larghissima maggioranza il Parlamento europeo si è espresso oggi per il blocco della clonazione animale e contro la commercializzazione e l'importazione di carni, latte e derivati prodotti da animali clonati e dalla loro progenie. La risoluzione, firmata dal popolare britannico Neil Parish, ha raccolto 622 voti favorevoli, 32 contrari e 35 astensioni.

A metà luglio l'Efsa, l'Agenzia per la sicurezza alimentare europea aveva affermato che "non esistono differenze tra le carni di animali clonati sani e quelle di animali riprodotti in maniera naturale o artificiale", mentre invece viene rilevata una maggiore incidenza di malattie tra gli animali clonati. Il Parlamento europeo chiede oggi alla Commissione di prendere una posizione a "difesa del benessere animale" e di bloccare quindi qualsiasi produzione e commercializzazione di prodotti derivati da animali clonati.

La risoluzione comune chiede alla Commissione ed al Consiglio Ue di proibire "la clonazione di animali a scopi di approvvigionamento alimentare", di vietare "l'allevamento di animali clonati o della loro progenie", di interdire "l'immissione in commercio di carne o prodotti lattieri ottenuti da animali clonati" e dai loro discendenti e, infine, di vietare anche "l'importazione di carni, latte, derivati, seme ed embrioni di animali clonati".

Gli eurodeputati ritengono inoltre che la clonazione "costituisce una grave minaccia all'immagine e alla sostanza del modello agricolo europeo", un modello basato sulla "qualità dei prodotti, sui principi ecocompatibili e sul rispetto di standard rigorosi di benessere degli animali".

Nel testo approvato si sostiene che l'impatto della clonazione degli animali per scopi alimentari "non è ancora stato adeguatamente studiato" e si ricorda che la clonazione "ridurrebbe significativamente la diversità genetica del patrimonio zootecnico, aumentando le probabilità che intere mandrie siano decimate da malattie alle quali sono suscettibili". Questo secco no a qualsiasi apertura all'utilizzo commerciale di qualsiasi figlio, nipote o pronipote della pecora Dolly, il primo animale clonato nell'ormai lontano 1996, arriva in un momento in cui si ravviva il dibattito sulla clonazione.

A gennaio la Food and Drug administration statunitense ha affermato che "non vi sono differenze tra la carne di animale clonato e quella di animale riprodotto naturalmente o tramite riproduzione assistita". Poi, a metà luglio l'Efsa, l'Agenzia per la sicurezza alimentare della Ue, ha espresso un giudizio molto simile, assicurando che "la carne e il latte degli animali clonati sani non sono diversi" dai prodotti di animali non clonati.

Il problema, riconoscevano i tecnici dell'Efsa, è nella salute degli animali, che presentano un'incidenza di malattie assai maggiore. Il giudizio netto e contrario espresso dal Parlamento europeo é destinato ad incidere in questa discussione, anche se al momento la Commissione Ue non ha ancora preso una posizione definitiva e non ha ancora lanciato un'iniziativa legislativa per permettere o vietare la carne clonata. Un testo è atteso per il 2010, per il momento, assicuravano a luglio i tecnici dell'Efsa, "nei supermercati non si trova carne clonata".

CIA, POSITIVO PARERE SULLA CLONAZIONE - La Cia-Confederazione italiana agricoltori esprime "vivo apprezzamento" per la risoluzione. La vendita di prodotti provenienti da animali clonati (latte, carne e formaggi), sostiene la confederazione, evidenzia infatti "rischi per il consumatore, alimentando grandi preoccupazioni e perplessità di pura natura etica".

Il parere del Parlamento Europeo, a giudizio dell'organizzazione, è quindi positivo perché riconosce "che la clonazione costituisce una grave minaccia all'immagine e alla sostanza del modello agricolo europeo", e perché "fa chiarezza dopo il parere ambiguo dell'Agenzia per la sicurezza alimentare (Efsa) in materia".

Nel ribadire la netta contrarietà sia agli Organismi geneticamente modificati che alla clonazione, la Cia riafferma che "su questi temi la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei ha espresso netto dissenso. Inoltre - conclude - è indispensabile procedere nella difesa e valorizzazione dell'agroalimentare di qualità".

11:18 Scritto da: auroraxspirit in fauna | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: clonazione, stop | OKNOtizie |  Facebook

DECIFRATO ENZIMA CHE VIGILA SU FUNZIONAMENTO DNA

tratto da: www.ansa.it

2008-09-03 21:00

DECIFRATO ENZIMA CHE VIGILA SU FUNZIONAMENTO DNA

 

ROMA - Decifrato in 3D un enzima 'correttore di bozze' che vigila sul corretto funzionamento del codice genetico, in modo che ogni cellula del corpo attivi solo i geni che le servono per assumere la propria identità nel tessuto o organo cui appartiene, per esempio per essere cellula cutanea nella pelle o cellula epatica nel fegato. Studiato da Sirano Dhe-Paganon del consorzio di scienziati 'Structural Genomics Consortium', presso i laboratori dell'Università di Toronto, si tratta dell'enzima 'UHRF1'. La sua struttura, e dunque il suo modo di funzionare, sono stati decifrati in tre lavori pubblicati sulla rivista Nature.

Tutte le cellule del nostro corpo possiedono un identico codice genetico che fa di ciascuno di noi un individuo unico, diverso da tutti gli altri. Il fatto che le cellule dei diversi organi e tessuti siano differenti tra loro pur contenendo identico Dna dipende da un secondo 'codice' detto epigenetico.

I geni sono gli stessi per tutte le cellule ed a fare la differenza è questo codice che, basato sull'aggiunta ed eliminazione sul Dna di tante copie di una molecola semplice, il gruppo metile, fa sì che determinati geni restino accesi o spenti a seconda del tessuto. Per esempio, i geni accesi nelle cellule della pelle non sono gli stessi di quelli accesi nelle cellule del fegato e così via, e sono queste differenze a distinguere le cellule tra loro. Il codice epigenetico è importantissimo perché se va fuori uso si possono ingenerare malattie gravi come i tumori, dal momento che le cellule perdono il controllo dei propri geni.

Tale codice si tramanda di generazione in generazione e la sua correttezza è regolata, come scoperto solo di recente, dall'enzima UHRF1. Nella fase in cui il codice epigenetico viene copiato per essere tramandato alle cellule figlie, UHRF1 entra in azione e corregge eventuali errori nella copia. Adesso gli esperti hanno 'fotografato' l'enzima in 3D e compreso la struttura del suo sito attivo che svolge la funzione di correttore: "Data l'attenzione crescente che si sta dando all'epigenetica come meccanismo dietro ai tumori - spiega Dhe-Paganon - chiarire la struttura di UHRF1 potrebbe fornire cruciali informazioni per capire quali sono i meccanismi che innescano il cancro". 

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03/09/2008

Uomini infedeli? Tutta colpa di un gene

 tratto da: repubblica.it

Ricerca svedese scopre il rapporto fra Dna e relazioni extraconiugali
Gli esperimenti fatti sui roditori confermano. E la medicina immagina una cura

Uomini infedeli?
Tutta colpa di un gene

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

 

LONDRA - Sembra la scusa perfetta per il marito colto in flagrante: "Scusa, tesoro, ma sono nato così, non è mica colpa mia". Scienziati svedesi hanno infatti scoperto il gene dell'infedeltà: una specie di motorino che alcuni maschi hanno nel proprio Dna e altri no. Non è uno scherzo, e gli studiosi sono i primi ad ammettere che le relazioni extra-coniugali derivano da innumerevoli circostanze: quello genetico può essere soltanto un aspetto della molla che scatena il tradimento. Ma è comunque la prima volta che una ricerca individua un legame simile tra come sono fatti gli uomini e come interagiscono con le donne. Non solo: la scoperta include pure la possibilità di "curare" il gene malandrino, modificandolo in modo da bloccare il suo effetto, teoricamente al fine di salvare, o meglio proteggere, le unioni matrimoniali. La "medicina" che trasforma un seduttore impenitente nel compagno più fedele e monogamo, per adesso provata soltanto su topolini di laboratorio, ha dato risultati immediati: chissà se un giorno verrà somministrata anche ai playboy umani, e in che modo verranno eventualmente convinti a fare la cura.

La scoperta è opera di scienziati dell'Istituto Karolinska di Stoccolma, che l'hanno illustrata su un'autorevole rivista scientifica britannica, Proceedings of the National Academy of Sciences. Ieri è finita in prima pagina sul Daily Telegraph e sul Times di Londra col titolo: "Il gene che rende più probabile il divorzio". Il gene in questione agisce sulla vasopressina, un ormone di cruciale importanza nel processo di attaccamento sentimentale e sessuale tra un uomo e una donna. Esaminando un campione di oltre duemila persone, i ricercatori svedesi hanno verificato che gli uomini in possesso del gene restano più spesso scapoli oppure hanno una maggiore probabilità di avere relazioni extraconiugali, problemi matrimoniali e di divorziare, rispetto agli uomini che non ce l'hanno. Le mogli di uomini in possesso del gene, inoltre, sono mediamente meno soddisfatte del proprio matrimonio rispetto alle mogli di uomini che non hanno il gene in questione.

Gli uomini con due copie del gene hanno avuto due volte più crisi matrimoniali nell'ultimo anno rispetto agli uomini senza il gene. "Naturalmente ci sono molte ragioni per cui una persona ha una relazione extramatrimoniale", osserva il professor Hasse Walum, autore del rapporto, "ma è la prima volta che una variante genetica viene associata al modo in cui gli uomini si legano a una donna". Studi compiuti due anni fa al St. Thomas Hospital di Londra, d'altronde, suggeriscono che anche l'infedeltà femminile ha una percentuale di base genetica.

Gli effetti del gene sono stati sperimentati su due tipi di piccoli roditori della famiglia dei criceti. L'arvicola della prateria è estremamente monogama: quando il maschio incontra una femmina, si accoppiano ininterrottamente per 36 ore, creando un legame che dura per tutta la vita e anche oltre, tant'è che quando uno dei due muore, l'altro sceglie di restare celibe anziché formare una nuova coppia. L'arvicola comune, viceversa, è estremamente promiscua. Gli scienziati hanno scoperto che il cervello dell'arvicola della prateria maschio ha una dose di vasopressina molto più alta dell'arvicola comune. Ebbene, intervenendo sul gene "dell'infedeltà", in modo da aumentare considerevolmente il livello di vasopressina, i ricercatori hanno assistito a uno stupefacente mutamento: il criceto che amava la promiscuità è diventato di colpo uno sposo mite e devoto. Nessuno ha potuto chiedergli, tuttavia, se è più felice di prima; e nemmeno alla moglie se è davvero contenta, ad avere un compagno finalmente fedele, non perché così lui vuole, ma grazie all'equivalente di una pillolina.


(3 settembre 2008)

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morte cerebrale

tratto da: repubblica.it 

Un editoriale del giornale vaticano rimette in discussione il Rapporto di Harvard
La comunità scientifica: nessun paese evoluto contesterebbe questo criterio

Bioetica,

l'Osservatore Romano
"La morte cerebrale non basta"

La precisazione della Santa Sede: "Un articolo non modifica la dottrina"

CITTA' DEL VATICANO - La dichiarazione di "morte cerebrale" non può sancire più la fine di una vita e va rivista in nome delle nuove ricerche scientifiche: è quanto scrive l'Osservatore Romano, in un editoriale in prima pagina dedicato ai quarant'anni del cosidetto "Rapporto di Harvard" che modificò la definizione di morte, da allora non più basata sull'arresto cardiocircolatorio ma sull'encefalogramma piatto. Ma poco dopo è arrivata una nota della Sala Stampa vaticana in cui si precisa che "un articolo non cambia la dottrina: si tratta di un editoriale dell'Osservatore Romano, firmato da una persona e che porta l'autorevolezza della testata e di quella persona".

Anche la Chiesa cattolica, ricorda il giornale del Papa, accettò quella definizione, proclamandosi favorevole al prelievo degli organi da pazienti cerebralmente morti. Nell'editoriale dell'organo di stampa vaticano si sostiene che "è stato dimostrato, però, che la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano".

Anche la Chiesa si trova ora in una situazione delicata perché l'assunto di "morte cerebrale" - si legge nell'articolo - "entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistenti".

Ferma la replica del mondo scientifico, nelle parole di Alessandro Nanni Costa, direttore del Cnt, il Centro nazionale trapianti: "Il criterio di morte cerebrale per sancire la morte di un individuo è l'unico scientificamente valido". Inoltre, "la comunità scientifica mondiale approva i criteri stabiliti dal rapporto di Harvard e le critiche, che arrivano da frange minoritarie, sono basate essenzialmente su considerazioni non scientifiche". Conclude lo scienziato: "In tutti i paesi scientificamente evoluti i criteri sono stati recepiti come norma". In Italia nel 1978 sono diventati legge, poi riconfermati da una legge successiva, nel 1993.

Anche Vincenzo Carpino, presidente dell'Associazione anestesisti-rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi), conferma la posizione di fatto della comunità scientifica: la morte cerebrale "resta al momento l'unico criterio valido, in mancanza di nuove evidenze scientifiche, per definire il decesso di un individuo". E aggiunge: "Quando in rianimazione i medici rilevano un accertamento di encefalogramma piatto, trasmettono la notizia alla direzione sanitaria, che a sua volta istituisce un collegio di tre medici (un anestesista-rianimatore, un medico legale e un neurofisiologo) che, a prescindere dalla fascia di età del paziente, effettua un periodo di 6 ore di osservazione con un protocollo preciso". "La morte cerebrale", conclude Carpino, "è la morte dell'individuo".

(2 settembre 2008)

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02/09/2008

Lhc, via libera da Strasburgo

tratto da: www.repubblica.it

Un gruppo di ricercatori si era appellato alla Corte europea dei diritti dell'uomo
Secondo gli oppositori l'acceleratore di particelle potrebbe generare un buco nero

Lhc, via libera da Strasburgo
"L'esperimento vada avanti"

Dai giudici no all'appello. Il 10 settembre il test a Ginevra

 

Il Large hadron collider

STRASBURGO - Via libera anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo all'esperimento del Cern che, grazie all'accelleratore "Large hadron collider" (Lhc), cercherà di riprodurre le condizioni immediatamente successive al Big Bang che ha generato l'universo. I giudici si sono pronunciati dopo la denuncia di un gruppo di ricercatori, convinti che il test genererà un buco nero in grado di risucchiare il pianeta.

La causa. Gli oppositori dell'esperimento, guidati da Markus Goritschnig, si erano rivolti alla Corte di Strasburgo, chiedendo che venissero applicate misure di blocco nei confronti dei venti paesi membri del Cern, il Centro europeo per la ricerca nucleare responsabile del progetto. Secondo Goritschnig e gli altri, gli Stati che collaborano al progetto sarebbero responsabili della violazione dell'articolo 2 e dell'articolo 8 della Convenzione europea per i diritti umani, ovvero il diritto alla vita e il diritto al rispetto della vita privata e familiare. La Corte ha tuttavia ritenuto che nessuno di questi articoli fosse stato violato dando così il via libera definitivo all'esperimento.

Gli esperti. Sull'apocalisse paventata dagli oppositori, si è espresso anche il mondo della scienza italiano. E' sicuro del buon esito dell'esperimento il presidente dell'Istituto nazionale di Fisica nucleare Roberto Petronzio: "Questi scenari apocalittici non hanno alcun riscontro reale. Da Lhc non arriva nessun pericolo. L'allarme lanciato è basato su congetture e ipotesi e non su riscontri reali". Stessa posizione anche per il presidente del Cnr ed ex direttore generale del Cern Luciano Maiani: "L'esperimento è da considerare a rischio zero, relativamente a quanto quest'espressione possa essere utilizzata in fisica: è stato giusto porsi il problema ma esso non ha un fondamento tale da indurre preoccupazioni".


Il test. Il primo utilizzo dell'LHC, il più grande accelleratore di particelle mai costruito, con un diametro di 26 chilometri e costato circa 6 miliardi di euro, si terrà come da programma il prossimo 10 settembre al Centro di ricerche nucleari di Ginevra. La speranza degli scienziati è quella di individuare il bosone di Higgs, particella responsabile - almeno in teoria - di aver dato massa a tutte le altre.

(1 settembre 2008)

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01/09/2008

SOPRA I 70 BATTITI CUORE PIU' A RISCHIO

tratto da: www.ansa.it 

» 2008-08-31 11:44

SOPRA I 70 BATTITI CUORE PIU' A RISCHIO

 

MONACO DI BAVIERA - Occhio al polso: se i battiti sono più di 70 al minuto cresce il rischio di infarto. E' questo il nuovo messaggio lanciato oggi dai cardiologi riuniti a Monaco di Baviera, dove è in corso l'annuale Congresso della Società Europea di Cardiologia (Esc). A indicare la strada di una "maggiore attenzione alla frequenza del battito cardiaco" sono due studi pubblicati dalla rivista The Lancet sul numero di fine agosto: 'Europa' e 'Beautiful', entrambi legati a un nome italiano, quello di Roberto Ferrari, direttore della Clinica Cardiologica dell' Università di Ferrara, che proprio durante il congresso di Monaco assume la presidenza dell'Esc, che terrà fino al 2010.

 "Il numero dei battiti del cuore - afferma Ferrari - è il più semplice, preciso e meno costoso indice prognostico. E' il modo, o meglio il linguaggio con cui il corpo comunica che qualcosa non va". E questo concetto è valido non solo per i cardiopatici a cui si riferiscono i due studi, ma anche per la popolazione sana. Anzi: da oggi, l'alta frequenza del polso deve essere considerata come un fattore di rischio, come il colesterolo o l'ipertensione. E misurare il numero dei battiti dovrà divenire routine per tutti.

Se poi una persona sana ha qualche battito in più non si allarmi: il modo migliore per ridurli in modo fisiologico è l'esercizio fisico leggero ma costante, perché abbassa i battiti nell'arco della giornata. Lo studio Europa, di cui Ferrari è il coordinatore, ha considerato 12 mila pazienti cardiopatici senza scompenso cardiaco, quindi non gravi. E ha permesso di dimostrare che per loro la linea di confine è a 75 battiti al minuto.

 "Oltre questo limite - spiega il cardiologo italiano - il rischio di mortalità cardiovascolare aumenta del 24% e quello dello scompenso cardiaco del 54%". L'altra conferma della necessità di portare attenzione al numero dei battiti viene dagli 11 mila pazienti cardiopatici con iniziale scompenso cardiaco seguiti per quattro anni nello studio Beautiful in 781 centri di 33 Paesi, sempre coordinato da Ferrari. In questo caso la linea di confine scende a 70 battiti al minuto. "Oltre questo limite - aggiunge Ferrari - il rischio di mortalità cardiovascolare aumenta del 34%, quello dello scompenso del 56%, quello di infarto cresce del 46% e quello di dover subire una rivascolarizzazione coronarica del 38%".

Ma a Monaco si è andati oltre il riconoscimento della frequenza cardiaca come indice prognostico. Lo studio Beautiful ha infatti dimostrato che la sola ed esclusiva riduzione della frequenza cardiaca effettuata con ivabradina, un farmaco che non ha effetto su altri parametri cardiovascolari, fa diminuire del 36% l' incidenza di infarto e del 30% la necessità di un' angioplastica o di un by-pass. Ma qual è la spiegazione logica che la frequenza cardiaca elevata fa male? "E' una questione di consumi e di energia", risponde Ferrari, che spiega: "E' incredibile il lavoro che il nostro cuore fa ogni giorno: 100 mila battiti (35 milioni in un anno), 9000 litri di sangue pompati nel sistema cardiovascolare che copre ben 120 mila chilometri, che vengono percorsi dal sangue in soli 20 secondi".

Per far fronte a tutto ciò il cuore necessita di circa 30 kg di energia al giorno, prodotta con l'ossigeno che arriva insieme al sangue attraverso le arterie coronariche. "Ma quando le coronarie sono malate (per arteriosclerosi), arriva meno ossigeno al muscolo cardiaco, che quindi produce meno energia e si deteriora". Ora, ridurre la frequenza di 10 battiti/minuto al giorno, significa ridurre di ben 5 chili le necessità energetiche del cuore, che quindi non si deteriora anche se ci sono placche nelle coronarie. "In altre parole - conclude Ferrari - se riduciamo i giri del motore, la 'macchina' ha bisogno di minor quantità di carburante e anche se i tubi della benzina sono incrostati, il motore continua a funzionare e non si ferma".

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POLO NORD SI PUO' CIRCUMNAVIGARE

 tratto da www.ansa.it

» 2008-08-31 17:55

POLO NORD SI PUO' CIRCUMNAVIGARE

 

(Di Roberto Caracciolo)

BERLINO - Il Polo Nord si può circumnavigare: per la prima volta nella storia dell'uomo, i ghiacci che coprivano i passaggi a Nordest e Nordovest si sono sciolti in modo simultaneo, creando così nuove importanti rotte per i trasporti marittimi mondiali. La notizia arriva da un team di ricercatori dell'Università tedesca di Brema (Nord), ma affinché le navi possano utilizzare senza alcun pericolo questi percorsi si dovrà aspettare ancora qualche tempo. Intanto, nuove immagini satellitari analizzate dai ricercatori tedeschi non lasciano ombra di dubbio: mai negli ultimi 125 mila anni, il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci alle estremità orientale e occidentale del Polo Nord si era verificato contemporaneamente.

Christian Melsheimer, dell'Università di Brema, ha confermato la scoperta al sito Internet del settimanale tedesco Der Spiegel e Mark Serreze, del Centro nazionale di statistica sulla neve e il ghiaccio di Boulder (Colorado), ha detto alla stessa testata: "Da quanto mi risulta è la prima volta che i due passaggi sono navigabili". Nel 2005 si era aperto il passaggio a Nordest, mentre quello a Nordovest continuava a rimanere bloccato. Poi, nel 2007, si era formata una lingua di ghiaccio a Nordest, di fatto chiudendo di nuovo la rotta russa. Gli scienziati di Brema hanno scoperto che nei giorni scorsi si sono sciolti i ghiacci della rotta a Nordovest, che va dal Nord dell'isola di Baffin fino al mare di Beaufort a Sud dell' isola di Vittoria. Poco dopo, si è riaperto completamente anche il passaggio a Nordest, in quanto si è sciolta la lingua di ghiaccio che si estendeva lungo la Russia attraverso il mare Laptev della Siberia.

E le compagnie di trasporti marittimi sono già impazienti. Il Gruppo Belua, di Brema, sta pensando di inviare una nave attraverso il passaggio a Nordest, una rotta notevolmente più corta rispetto al normale viaggio attraverso il Canale di Suez. Basti pensare che da Amburgo fino al porto giapponese di Yokohama, il viaggio attraverso questo passaggio è di sole 7.400 miglia nautiche, appena il 40% rispetto alle 11.500 miglia nautiche del Canale di Suez. Ma difficilmente questa rotta verrà aperta al commercio in tempi brevi. Le autorità russe, infatti, non hanno ancora dato i necessari permessi alle compagnie e, secondo alcuni esperti, le compagnie assicurative vorranno conferme ufficiali prima di dare il via libera. Intanto, gli scienziati saranno costretti a rivedere le loro previsioni. Fino a oggi, si pensava che la calotta polare artica sarebbe scomparsa nel 2070. Ma già molti prevedono che, a causa del riscaldamento del pianeta, questo succederà entro il 2030. E già un ricercatore della Naval Postgraduate School di Monterey (California), Wieslaw Maslowski, ritiene che tra metà luglio e metà settembre non ci sarà più ghiaccio dal 2013. 

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Mi sembra un gran casino!!!

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BUCO OZONO SI RICHIUDERA' NEL GIRO DI 50-60 ANNI

 tratto da: www.ansa.it

» 2008-08-31 21:16

BUCO OZONO SI RICHIUDERA' NEL GIRO DI 50-60 ANNI

 

ROMA  - Il buco dell'ozono dovrebbe richiudersi nel giro dei prossimi 50-60 anni. Una previsione che arriva utilizzando modelli matematici negli anni sempre più precisi, anche grazie a potenti pc, ma che soprattutto deve molto alle campagna di misurazione condotte da progetti internazionali ai quali ha partecipato in prima fila l'Italia.

A fare il punto su dieci anni di lavoro in questo campo sarà la presentazione del Cnr al quarto Simposio internazionale Sparc (Stratospheric Processes and their Role in Climate), un progetto internazionale del Wcrp (World Climate Research Programme), che vedrà 400 scienziati ed esperti da tutto il mondo confrontarsi dal 31 agosto al 5 settembre presso l'area della ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna. Al centro dei lavori lo studio della stratosfera, la regione atmosferica compresa fra 12 e 60 km di altezza.

"Negli ultimi dieci anni abbiamo utilizzato un ex aereo spia russo, l'M55, per volare fra i 15 e i 20 km di quota, sopra gli aerei di linea - spiega Federico Fierli, dell'Isac Cnr - in Artide e Antartide dedicandoci ai meccanismi alla base del buco dell'ozono, come la composizione chimica dell'atmosfera e gli aerosol". Altre misurazioni sono state condotte nella fascia equatoriale dei tropici "su Brasile, Africa, Australia e Seychelles - aggiunge l'esperto - per lo studio dei sistemi convettivi, cioé grossi sistemi nuvolosi importanti per definire lo scambio di inquinanti prodotti dal suolo e poi trasportati in parti più alte della troposfera (sotto 12 km)". In particolare "si è misurato quanto queste grosse nubi - afferma Fierli - abbiano un impatto sulla composizione atmosferica, trasportando materiale fino a 16 km di altezza e aumentando il contenuto di vapore acqueo, uno dei gas serra più potenti. La loro variazione cambia l'equilibrio del clima". Dove possono arrivare queste nubi? "Possono essere molto alte e raggiungere i 19 km di altezza, cioé la stratosfera (sopra 16 km ai tropici e sopra i 12 km alle nostre latitudini) - aggiunge l'esperto - alterandone il clima. Fino ad oggi non si pensava potessero superare i 16 km: la nuova ipotesi è che quanto avviene sopra i 12 km possa avere un impatto sui regimi meteorologici al suolo, anche nel meteo delle medie latitudini, un fattore importante per le previsioni su scala stagionale". (ANSA).

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Fermate il test sul Big Bang

 

tratto da www.repubblica.it

L'esperimento fra 10 giorni. Guerra tra scienziati: "Un buco nero ci inghiottirà
Il Cern di Ginevra: nessun rischio. Ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani

Fermate il test sul Big Bang
o la Terra sparirà"

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

 

L'acceleratore di particelle a Ginevra

LONDRA - Per gli studiosi che si apprestano a spingere il pulsante d'accensione, si tratta di ricreare le condizioni che esistevano una frazione di secondo dopo il Big Bang: ovvero di riportarci indietro nel tempo sino al momento della creazione del nostro universo, all'inizio del mondo.

Ma per un gruppo di preoccupati ricercatori l'esperimento che dovrebbe cominciare tra dieci giorni in un immenso laboratorio sotterraneo, sepolto a un centinaio di metri sotto il confine tra Francia e Svizzera, comporta il rischio della fine del mondo, la distruzione e anzi la letterale scomparsa del nostro pianeta. Così, all'ultimo momento, gli oppositori del progetto hanno presentato un ricorso davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani, che in teoria potrebbe bloccare il più grande, ambizioso e costoso test scientifico di tutti i tempi.

Oggetto della contesa è il Large hadron collider, un acceleratore da 6 miliardi di euro che, facendo scontrare particelle atomiche ad alta velocità e generando temperature di più di un trilione di gradi centigradi, dovrebbe rivelare il segreto di come è cominciato l'universo. Venti paesi europei, più gli Stati Uniti, hanno finanziato il progetto, che dopo anni di preparativi dovrebbe prendere il via il 10 settembre al Centro di Ricerche Nucleari di Ginevra.

Qualcuno, tuttavia, teme che l'esperimento andrà ben oltre le aspettative, creando effettivamente un mini buco nero, che crescerà di dimensioni e potenza fino a risucchiare dentro di sé la terra, divorandola completamente nel giro di quattro anni. Gli scienziati di Ginevra ribattono che non c'è assolutamente nulla da temere: ci sono scarse possibilità che l'acceleratore formi un buco nero capace di porre una minaccia concreta al pianeta, dicono, perché la natura produce continuamente delle collisioni di energia più alte di quelle che saranno create artificialmente dall'acceleratore, per esempio quando i raggi cosmici colpiscono la terra. Esperimenti di questo tipo, inoltre, sono stati condotti per trent'anni, senza avere risucchiato nemmeno un pezzettino della terra né causato danni di qualsiasi genere.

Vero è che il nuovo acceleratore ha suscitato attenzioni e polemiche perché è il più grande mai costruito, con una circonferenza di 26 chilometri e la possibilità di lanciare particelle atomiche 11.245 volte al secondo prima di farle scontrare una contro l'altra a una temperatura 100mila volte più alta di quella che esiste al centro del sole. La speranza è individuare, così facendo, le teoriche particelle chiamate bosoni di Higgs, giudicate responsabili di avere dato massa, ovvero peso, a ogni altra particella esistente. Ma gli scienziati ammettono che ci vorranno anni prima di arrivare eventualmente a un risultato del genere, per le difficoltà nel trovare particelle così infinitesimamente piccole nel caos primordiale post-Big Bang creato dentro l'acceleratore.

Abbiamo ancora dieci giorni per salvare la terra?, si chiede, con leggera ironia, il Sunday Telegraph. "I miei calcoli indicano che il rischio che un buco nero mangi il pianeta a causa dell'esperimento è serio", afferma il professor Otto Rossler, un chimico tedesco della Eberhard Karls University che ha presentato il ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani insieme ad alcuni colleghi. Replica James Gillies, portavoce del Centro Ricerche Nucleari di Ginevra: "Il ricorso non introduce nessun argomento che non sia già stato esaminato e respinto in passato, se questi esperimenti fossero rischiosi lo sapremmo già".

In ogni caso lo sapremo con certezza dopo il 10 settembre, se la Corte Europea, come sembra di capire, darà luce verde all'iniziativa: che non sarà la "fine del mondo", ma un po' di curiosità al di fuori dei confini della scienza, in questo modo, l'ha ottenuta.

(1 settembre 2008)

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29/08/2008

IN CUORE NEBULOSA UNA FONTE DI SUPER-ENERGIA

 tratto da: www.ansa.it

 2008-08-28 19:43

IN CUORE NEBULOSA UNA FONTE DI SUPER-ENERGIA

 

ROMA - Per la prima volta è stata identificata la fonte di uno dei fenomeni più ricchi di energia mai osservati nell'universo. Le particelle emesse ad un'energia cento volte superiore rispetto a quella dei più potenti acceleratori costruiti dall'uomo provengono dal centro della nebulosa del Granchio, a circa 6.500 anni luce dalla Terra.

La scoperta, pubblicata su Science e basata sui dati del satellite Integral, realizzato dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) con il contributo dell' Agenzia Spaziale Italiana (Asi), è frutto della collaborazione fra Gran Bretagna, con l'università di Southampton, e l'Italia, con l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), coordinata da Tony Dean.

Nata dalla gigantesca esplosione di una supernova osservata sulla Terra nel 1054, la Nebulosa del Granchio sta funzionando ininterrottamente come un super-acceleratore naturale: il suo cuore è una stella di neutroni che pulsa al ritmo di 30 rotazioni al secondo, emettendo particelle di luce (fotoni) a energie altissime. Solo lo studio condotto fra Gran Bretagna e Italia ne ha scoperto l'origine e segna una tappa fondamentale nel comprendere come funzionamento le stelle di neutroni. Queste ultime, chiamate anche pulsar, sono oggetti ancora misteriosi con una massa pari a quella del Sole ma 70.000 volte più piccole, quindi estremamente dense, e con un campo gravitazionale cento miliardi di volte più intenso rispetto a quello della Terra.

A portare i ricercatori fino alla stella di neutroni sono state le stesse particelle gamma polarizzate, ossia perfettamente allineate lungo un asse. Riconoscerle e "inseguirle" fino alla loro sorgente è stato però tutt'altro che facile e ha richiesto oltre 600 osservazioni della nebulosa fatte dal satellite, confrontate con un modello al computer. Per il direttore dell'Istituto di astrofisica spaziale e fisica cosmica (Iasf) dell'Inaf, Pietro Ubertini, che è fra gli autori del lavoro, "osservare fotoni polarizzati è come vedere un gran numero di persone scendere da un autobus e, invece di andare ognuna per i fatti suoi, incamminarsi tutte nella stessa direzione. Ma se parliamo di fotoni gamma, quelle persone dobbiamo immaginarcele come omaccioni grossi, muscolosi e determinati come non mai a far di testa propria: quale che sia il meccanismo fisico che li ha messi in riga, deve avere una potenza inimmaginabile".

Oltre a permettere di conoscere le misteriose stelle di neutroni, la scoperta promette di avere un grande impatto sulla fisica fondamentale. Per il direttore dell'Unità di Osservazione dell'Universo dell'Asi, Enrico Flamini, "é un ulteriore fondamentale contributo della scienza italiana alla comprensione delle leggi che regolano l' universo".

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VULCANI, ONDATA MAGMA FA PREVEDERE ERUZIONI 60 GIORNI PRIMA

 tratto da: www.ansa.it

2008-08-28 20:35
VULCANI, ONDATA MAGMA FA PREVEDERE ERUZIONI 60 GIORNI PRIMA


ROMA - Trovato un modo per prevedere le eruzioni vulcaniche con un anticipo di 20-60 giorni circa, metodo che potrebbe essere applicato a molti vulcani tra cui il Vesuvio a Napoli, permettendo alla protezione civile di prendere decisioni tempestive onde prevenire ogni rischio per la popolazione.

Secondo quanto riferito sulla rivista Science sulla base di uno studio su una delle ultime eruzioni vulcaniche verificatisi nel 1925 nell'isola Santorini in Grecia, un'ondata di magma più caldo, registrabile facilmente con le apparecchiature sismiche (perché dà luogo ad attività sismica), precede l'eruzione di due mesi circa. Diretti da Victoria Martin dell'Università di Durham in Gran Bretagna, gli esperti hanno studiato l'eruzione del vulcano Nea Kameni di Santorini, una delle cicladi, isola per l'appunto di origine vulcanica.

Gli esperti hanno studiato i cristalli di olivina, un minerale componente di molte rocce eruttive di color verde oliva, relativi a quell'eruzione ed hanno ricostruito i tempi di formazione di quei cristalli in rapporto all'eruzione. L'analisi dei cristalli, spiegano i geologi, mostra che i movimenti del magma, che rappresentano l'innesto dell'eruzione e possono essere registrati facilmente perché causano di norma attività sismica, avvengono 3-10 settimane prima dell'eruzione. In questa maniera solo tenendo d'occhio l'attività sismica legata ai movimenti del magma si potrebbero fare previsioni sulle eruzioni. Gli esperti sperano che il loro metodo sia utilizzabile anche per altri vulcani permettendo anche di capirne meglio il comportamento pre-eruttivo.

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GENTE DI MERDA!!!

 .

tratto da: www.ansa.it

2008-08-29 09:03

GRECIA, UCCISO ULTIMO ORSO BRUNO SU MONTE OLIMPO

 ATENE - L'ultimo orso bruno esistente sul monte Olimpo, nella Grecia settentrionale, è stato ucciso, probabilmente con un colpo d'arma da fuoco. Lo ha annunciato l'organizzazione ecologica Callisto affermando che si tratta di "una gravissima perdita" per la fauna protetta. L'orso, ha detto all'Ansa un portavoce di Callisto, aveva ferite sul corpo e si ritiene quindi che sia stato ucciso a colpi d'arma da fuoco, ma non si esclude che, considerata l'agonia che presuppone la bocca aperta, possa essere stato prima avvelenato. Callisto, un'organizzazione che da anni osserva le popolazioni di plantigradi, lupi e altri animali in pericolo di estinzione, sottolinea che in tutta la Grecia restano solo 200-300 orsi bruni della grande popolazione che un tempo viveva in questi territori. Da una settantina di anni gli orsi avevano abbandonato il monte Olimpo, ma alcuni di essi vi erano tornati cinque anni fa. "Riteniamo che fossero due, uno dei quali fu ucciso tre anni fa, per cui questo, un maschio di 10 anni del peso di circa 180 kg è verosimilmente l'ultimo in questa area, una perdita gravissima" ha spiegato il portavoce di Callisto. Il monte Olimpo ricoperto da un'importante vegetazione è con i suoi 2917 metri la più alta montagna della Grecia ed era considerato nell'antichità la dimora degli dei. Nel 1938 è diventato sede di un Parco Nazionale.

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28/08/2008

ECCO PERCHE' LE PRIME PAROLE SONO MAMMA E PAPA'

 .

 tratto da: www.ansa.it

» 2008-08-27 13:01

ECCO PERCHE' LE PRIME PAROLE SONO MAMMA E PAPA'

 

ROMA - Se le prime parole che imparano i bambini sono mamma e papà, questo non accade solo perché i genitori sono le persone più vicine. La vera ragione risiede nel cervello e nella sua organizzazione, che lo programma in modo da riconoscere, apprendere e memorizzare più facilmente le parole che contengono sillabe che si ripetono.

La ricerca, pubblicata nell'edizione online della rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas, è stata condotta da un gruppo internazionale coordinato dall'università della British Columbia. Utilizzando le più avanzate tecniche non invasive di rilevazione per immagini dell'attività cerebrale, i ricercatori hanno documentato come reagiva il cervello di 22 neonati di appena due o tre giorni nel momento in cui ascoltavano parole molto diverse fra loro.

Ad esempio, i neonati hanno ascoltato sia parole con sillabe che si ripetono, come "mubaba" e "penana", sia parole nelle quali non ci sono ripetizioni, come "mubage" e "penaku. E' accaduto così che ogni volta che ascoltavano parole con sillabe che si ripetono, le aree della regione temporale e dell'area frontale sinistra del loro cervello si attivavano. Al contrario, le parole prive di sillabe ripetute non stimolavano alcuna risposta a livello cerebrale. Dopo tante ricerche simili condotte sul linguaggio degli adulti, questa è la prima a dimostrare che gli esseri umani nascono con abilità che permettono di imparare la lingua madre in modo sistematico ed efficiente. "Probabilmente - osservano i ricercatori - non è una coincidenza che molti linguaggi nel mondo contengono ripetizioni nelle parole 'infantili', come daddy in inglese, papà in italiano e tata (nonno) in ungherese".

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Gli autistici, entusiasti e precisi così un'azienda punta su di loro

 .

 tratto da www.repubblica.it del 28.08.08

 

Danimarca, un imprenditore dell'information technology ne ha assunti 37
"Ho imparato con l'esperienza di mio figlio: possono lavorare in modo impareggiabile"

Gli autistici, entusiasti e precisi

così un'azienda punta su di loro

di ANDREA TARQUINI

BERLINO - I malati di autismo non vanno trattati solo come handicappati. Non sono capaci, certo, il più delle volte, di svolgere lavoro di squadra, ma con calma e da soli possono assicurare alcuni compiti produttivi speciali molto qualificati e difficili con estrema precisione. Lo ha scoperto un imprenditore danese, Thorkil Sonne, che nel 2004 ha fondato una sua piccola azienda di information technology, Specialisterne ("gli specialisti", vuol dire tradotto) la quale impiega 37 autistici. E grazie al loro lavoro fornisce con successo dettagliate mappe di Copenaghen o di altre città per la cablatura telefonica, test dei software più moderni, collaudi dei nuovi modelli di telefonino cellulare.

"Ho imparato di persona, con l'esperienza di mio figlio, che un autistico può lavorare con precisione impareggiabile", racconta Thorkil Sonne a Spiegel online. Insomma, è come la rivincita di Rain Man, il celebre personaggio autistico ma intelligentissimo impersonato a meraviglia da Dustin Hofmann nell'omonimo film (SCHEDA). "A mio figlio fu diagnosticata a sette anni una forma di autismo infantile", spiega l'imprenditore. "E un giorno mi stupì: aveva visto un atlante dell'Europa e, appunto a soli sette anni, aveva disegnato a memoria alcune carte geografiche con precisione assoluta".

Da allora la vita del signor Sonne è cambiata. Egli si è licenziato dalla grossa azienda delle telecomunicazioni per cui lavorava, e investendo l'equivalente di centomila euro del suo patrimonio personale ha fondato l'azienda. Adesso i suoi clienti principali sono aziende che necessitano del massimo livello tecnologico e della massima esattezza. Dalla Global connect, per la quale i dipendenti autistici di Sonne producono carte e tracciati delle cablature telefoniche, fino a Tdc, numero uno delle telecomunicazioni in Danimarca, a Microsoft, a gruppi svedesi di servizi finanziari.

Teoricamente l'esperimento non sarebbe privo di rischi: un solo errore in un lavoro appaltato da Global connect potrebbe costare a Specialisterne multe e risarcimento danni per l'equivalente di oltre diecimila euro. Ma proprio a Global connect sono entusiasti. "I dipendenti di Sonne non sbagliano mai nei lavori che ci forniscono", afferma un esponente dell'azienda. Sonne insiste: "Io voglio dare un futuro a questa gente, e sto riuscendo a farlo anche guadagnando: l'anno prossimo ammortizzeremo le spese e arriveremo a realizzare utili".

Le prospettive sembrano così rosee che l'imprenditore danese sta cominciando a mettere in programma l'apertura di una filiale della sua azienda a Londra, una delle piazze più esigenti e difficili. Sonne non riceve alcun aiuto dallo Stato, nonostante il generoso welfare danese. E contrariamente a quanto, all'inizio, alcuni dei suoi clienti pensano, i suoi dipendenti autistici sono pagati regolarmente, non sottoretribuiti come spesso avviene con gli handicappati. A seconda della qualifica, a fine mese ricevono una retribuzione equivalente a tra 220 e 3500 euro lordi. Lavorando in ambienti particolarmente confortevoli, calmi e silenziosi per favorire la loro necessaria concentrazione, e con orari ridotti: non si può esigere da un autistico un carico di lavoro eccessivo.

L'esame per giudicare se un autistico è adatto a svolgere i delicati lavori richiesti da Specialisterne è singolare, e manco a dirlo tipicamente danese: i candidati all'assunzione devono costruire dei kit del Lego, il celebre gioco di mattoni di plastica che dal piccolo regno è divenuto famoso in tutto il mondo.

(27 agosto 2008)

10:11 Scritto da: auroraxspirit in umanità | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: autismo, lavoro | OKNOtizie |  Facebook

26/08/2008

ora si spiegano molte cose!!!!!

 .

tratto da www.ansa.it

 

» 2008-08-26 15:34

DOPO UN DRINK LE PERSONE SEMBRANO PIU' BELLE

 

 ROMA - La prossima volta che, incontrando di giorno una conquista della notte prima, si rimarrà delusi del suo aspetto fisico non bisogna dare la colpa alle luci soffuse del locale 'galeotto'. E' invece lo stato alcolico della sera prima ad aver tratto in inganno.

Infatti uno studio di Marcus Munafò dell'Università di Bristol pubblicato sulla rivista Alcohol and Alcoholism, svela che l'alcol fa vedere gli altri più attraenti. Secondo quanto riportato dal magazine britannico New Scientist, gli esperti hanno coinvolto 84 studenti: alla metà é stato offerto un cocktail analcolico, agli altri lo stesso cocktail ma alcolico, con un quantitativo di alcol pari per tutti a quello contenuto in 250 millilitri di vino, il "giusto" per divenire un po' brilli.

Dopo questa bevuta a tutti sono state mostrate foto di entrambi i sessi, chiedendo loro di giudicarne il grado di attrazione suscitata. I giovani che avevano bevuto il drink alcolico hanno sempre giudicato le persone in foto più attraenti rispetto ai giovani che non avevano assunto alcol, segno che è proprio quest'ultimo ad alterare, in positivo, le percezioni rispetto all'aspetto fisico degli altri. Il prossimo passo sarà giocare con le quantità di alcol per vedere come a seconda dell'alcol bevuto queste percezioni siano più o meno distorte, ha concluso Munafò. 

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lui si commenta da solo!!!

17:50 Scritto da: auroraxspirit in diversivi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: alcool, più, bello | OKNOtizie |  Facebook

CERVELLO, IL SONNO LO PROTEGGE

tratto da www.ansa.it

2008-08-26 09:57
CERVELLO, IL SONNO LO PROTEGGE


ROMA - Il sonno è essenziale per la nostra sopravvivenza e serve a "ripulire" il cervello dalle informazioni superflue e inutili incamerate durante il giorno, fissare i nuovi ricordi e prepararlo alle fatiche del giorno seguente. In parte già dimostrate in alcuni studi, queste ipotesi sulle funzioni del sonno sono ridiscusse sulla rivista PLoS Biology dagli italiani Chiara Cirelli e Giulio Tononi, superesperti in scienza del sonno che lavorano presso la University of Wisconsin School of Medicine.

Gli scienziati italiani forniscono tutti i motivi per dimostrare che il sonno è indispensabile ed ha funzioni precise, smontando l"ipotesi nulla secondo cui il sonno non è necessario e c'é semplicemente come una forma estrema di indolenza, o come comportamento accessorio quando non abbiamo nulla di importante da fare. Se così fosse, dicono Tononi e Cirelli, allora perché il sonno è un comportamento universale? Finora, sottolineano, non é stata scoperta nessuna specie animale che non ha bisogno di dormire; persino il delfino ha evoluto un modo di dormire particolare, il sonno emisferico, ossia dorme con solo metà cervello alla volta.

Se non ne avesse bisogno perché avrebbe sviluppato un comportamento così insolito? Una seconda prova dell'indispensabilità del sonno è che, se non dormiamo per un po', il cervello ci induce a dormire di più per recuperare, oppure a dormire più profondamente, comportamento cui nessun animale finora studiato sfugge. Terza prova: non dormire logora le funzioni cognitive e mnemoniche. "L'ipotesi nulla non funziona - dicono - non c'é prova dell'esistenza di specie che non dormono, che non adottano meccanismi compensatori, che riescano a non dormire seno non pagando un caro prezzo in termini di sopravvivenza e performance".

Il sonno deve avere invece funzioni essenziali: "sebbene tutto il corpo ne tragga beneficio, il primo e più evidente effetto della deprivazione di sonno è il deficit cognitivo, segno che il cervello soffre di più il sonno. Ci sono molte prove che di notte il cervello si riorganizzi strutturalmente per consolidare le informazioni incamerate nel giorno appena finito; ma il sonno potrebbe anche essere un momento importante per detossificare il cervello da radicali liberi o altre neurotossine che si accumulano durante il giorno.

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Un altro argomento che ha sempre destato la mia curiosità...

Cosa ci succede quando dormiamo?

E' una cosa a cui ho pensato varie volte nella vita. Sia perché il mio sonno è stato spesso tormentato, sia perché tante volte è stato illuminante...

L'idea che mi son fatta io, e di cui brevemente faccio cenno nel mio racconto, tra l'altro ancora in corso "AuRoRaxSpiRiT: La rinascita" è quello per cui esso costituisca una sorta di limbo di metabolizzazione. Quel tempo e quel luogo in cui noi elaboriamo, metabolizziamo, senza aggiungere ulteriori esperienze, ciò che ci è già successo nella vita di relazione, dove le risposte che abbiamo, non sono quelle che ci daremmo, ma quelle di un cervello, un'anima ed un cuore che sono totalmente diversi, alieni da noi... Lì ci scontriamo con tutto quanto non avevamo considerato... Spesso questo è motivo di shock... queste forme di impatto necessitano nel nostro cervello di una sorta di razionalizzazione che necessariamente dipende dai parametri con cui noi abbiamo costruito il nostro cervello. Il pensiero si educa e va educato. Se lasciamo agire l'impatto sia a livello cognitivo che emozionale in modo incosciente e se vogliamo, all'impazzata, l'effetto di ciò sarà evidente anche nella nostra attività onirica e sull'effetto che il sonno ha sul nostro io, sia a livello corporeo che mentale. Una sana dormita, rilassata, non può che lasciare in tutti noi una sensazione positiva sia nel corpo che nella mente e questo si riversa inevitabilmente sul nostro modo di affrontare la giornata che segue il risveglio. Una notte da incubo, fatta di tormenti, ricordi angosciosi, rimorsi, rimpianti, ecc… è capace di trasformare completamente il nostro modo di porci nei confronti del resto del mondo e degli avvenimenti che ci si prospettano. Ho sempre avuto come l'impressione che il nostro cervello sia fatto come una specie di cassettiera, in cui ogni cassetto porta un’etichetta che noi gli abbiamo attribuito... stà alla nostra capacità di renderci conto, di vedere ed in un certo senso classificare le sfumature delle cose, l’ampliare o meno la gamma di cassetti che abbiamo nel cervello. Questa, penso, sia la struttura base di quel complesso che chiamiamo coscienza. Lei lavora, indipendentemente da noi, sempre, anche quando dormiamo, ed in modi diversi: a volte con simboli, a volte con immagini reali…., ma ciò che è certo, lavora per emozioni… che sono la cosa che ci resta addosso, imperturbabile, anche quando, al nostro risveglio, non ci ricordiamo niente!!!! …ma ci resta quella sensazione….

Un aspetto ormai consolidato ma non citato dall’articolo è quello per cui dopo un po’ di giorni di insonnia le persone tendono ad impazzire, ad avere comunque squilibri che invadono la loro vita da svegli. Lo sono al giorno d’oggi un esempio eclatante i cocainomani. Dopo un po’ iniziano a sbarellare. Nonostante in quest’italia moralista si condanni indiscriminatamente l’utilizzo di tutti i tipi di droghe, tra l’uso abituale di una, piuttosto che un’altra, c’è una bella differenza. Tornando all’esempio, il cocainomane è un soggetto che smette di dormire perché questo è uno dei principali effetti che (come la metanfetamina, anfetamina e loro derivati) ha sul soggetto. L’insonnia e l’iperattività prolungata nel tempo, si è visto che spesso provoca, nelle persone che ne abusano, effetti che sono classificabili nella vasta gamma dei comportamenti della pazzia. Non è un danno permanente, nel senso che, smesso l’abuso, di solito cessano anche questi effetti. Probabilmente, secondo me, sono proprio associati alla mancanza di un sonno razionalizzante… dopo un po’ la gente sclera… (sorvolo poi gli effetti dell’usuale abbinamento con l’alcool, è un altro capitolo)

Un altro aspetto interessante dell’articolo è quello relativo alla “detossificazione”. Quante volte ci siamo svegliati bagnati fradici, specie dopo una notte di stravizi ed abbiamo avuto l’impressione di esserci in un certo senso purificati… una cosa simile alla sudorazione di una notte febbricitante. Ci sentiamo sgonfi, più leggeri, pronti a muoverci ed ad affrontare un nuovo giorno… è innegabile che stare fermi 2 ore su un letto, ma svegli e stare 1 ora e mezzo a letto, ma a dormire, abbiano effetti diversi anche a livello di rilassamento del corpo… poi penso anche a tutti i gesti che facciamo per sgranchirci quando ci svegliamo: una specie di stretching che l’istinto ci insegna.. Vuoi mettere svegliarsi e rotolarsi un po’ nel letto, stiracchiarsi.... dallo svegliarsi, spengere una sveglia e catapultarsi fuori????????????????????? Io talmente non lo sostengo da avere più di una sveglia e quella dell’alzata, lontana dal letto, è senz’altro l’ultima… prima mi ci vuole un bel po’ di preparazione sia psicologica che fisica…

 

16:42 Scritto da: auroraxspirit in natura umana | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: cervello, sonno, pazzia | OKNOtizie |  Facebook

Emozioni nel regno animale

è con infinito piacere che riporto la seguente notizia tratta da
www.repubblica.it di oggi (26.08.08)
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Etologi e neurobiologi spiegano: "Hanno un cervello molto simile al nostro"

Emozioni nel regno animale
anche gli elefanti amano

Gli unici organi di cui sono sprovvisti sono quelli del linguaggio
di CRISTINA NADOTTI


SE potessero parlare ci direbbero "Mi fai male", "Sono triste", "Sono felice di vederti". Etologi e neurobiologi ne sono sempre più convinti: per quanto riguarda le emozioni l'unica cosa che differenzia animali e uomini è il modo in cui si esprimono. Agli animali mancano gli organi adatti per articolare il linguaggio e quindi per comunicare quel che provano, ma poiché possiedono vista, tatto, attività cerebrale e una buona porzione del Dna simili o, in alcuni casi, quasi uguali ai nostri, a scimmie, cani, corvi, polpi e perfino tartarughe e pesci è giusto attribuire la capacità di amare, soffrire, gioire.

Il dibattito è annoso, ma si è riacceso lo scorso 21 agosto, quando un gorilla di tre mesi, affetto da un difetto cardiaco congenito, è morto nello zoo di Münster, in Germania. Davanti ai visitatori commossi fino alle lacrime, la mamma di Claudio ha cullato e stretto al seno il cadavere per giorni, cercando disperatamente di rianimarlo. Il comportamento della gorilla Gana è stato commentato sui giornali e molti lettori hanno mandato le loro condoglianze all'animale. Di fronte a tanta empatia alcuni scienziati hanno ribadito che è un errore proiettare sugli animali sentimenti che sono solo umani. La risposta di zoologi, etologi e neurobiologi, e soprattutto dell'ultima branca dell'etologia, la neuroetologia, è stata unanime: che gli animali provino emozioni è sotto gli occhi di tutti, ma è ancora difficile provarlo scientificamente.

La valutazione scientifica delle emozioni, argomentano i sostenitori dell'uguaglianza tra uomini e animali, è molto difficile anche per gli esseri umani, quindi perché stupirsi se non si riesce a stabilire quanto dolore prova un cane sottoposto a un intervento chirurgico, cosa sente un elefante quando riconosce il vecchio compagno di zoo, o quanto è depresso un maialino che viene allontanato prematuramente dalla madre. A dirci che i mammiferi e gli uccelli possono sentire le emozioni come noi è il loro cervello, sostengono i neuroetologi, che possiede come il nostro il sistema limbico. Quest'area contiene un insieme di strutture cerebrali che sovrintendono a varie funzioni quali le emozioni, il comportamento e la memoria a lungo termine.

Chi ha un animale da compagnia obietta che non ha bisogno di conoscere la struttura cerebrale per definire vergogna quella che osserva nel suo gatto, quando l'animale non riesce ad agguantare una preda e, caduto rovinosamente, si lecca distrattamente una zampa per far finta di niente. Lo psicologo prestato all'etologia Jeffrey Moussaief Masson ha scritto tomi riportando osservazioni ed esperimenti sulle emozioni animali, fino ad affermare che un coniglio è capace di mostrare riconoscenza al gatto che lo ha salvato da un'aggressione.

Le taccole intelligenti di Lorenz sono un caposaldo nella storia dell'etologia, ma ultimamente gli studiosi hanno accertato che i corvi sono in grado di divertirsi e che percepiscono la tristezza umana manifestando solidarietà. Le emozioni non sarebbero appannaggio solo di mammiferi e uccelli: l'intelligenza dei polpi è accertata, in più questi molluschi cambiano colore non solo per mimetizzarsi ma, secondo gli scienziati, per esprimere sentimenti quali la rabbia e la gioia. Perfino i pesci rossi e le tartarughe sarebbero in grado di provare emozioni, come mostrano le loro differenti personalità e capacità di adattamento alle situazioni. Se c'è tanta resistenza ad accettare le capacità emotive degli animali dipende dal modo in cui continuiamo a servirci di loro. Ammettere che soffrono quanto noi significa smettere di ucciderli, maltrattarli, rinchiuderli, smettere, in sostanza, di considerarli inferiori a noi.

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Chiunque ha od ha avuto il piacere della convivenza con qualche animaletto, non può non condividere quello che la scienza si appresta ad ammettere... E non si può non condivere il pensiero per cui da questa ammissione dovrebbero anche derivare dei cambiamenti nei comportamenti degli umani rispetto al mondo animale... Ma perché dobbiamo aspettare che la sia la scienza a dirlo, o la legge a perseguire certi comportamenti che non voglio neanche rammentare?!? Basterebbe fermarsi ogni tanto ad osservarli... guardarli negli occhi... Dagli animali c'è solo da ricevere...

10:14 Scritto da: auroraxspirit in fauna | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: animali, emozioni | OKNOtizie |  Facebook