14/01/2009

Belle, sexy e anche più infedeli. "Dipende da un solo ormone"

 MA PENSA UN PO'....

.tratto da: www.repubblica .it 

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Belle, sexy e anche più infedeli
"Dipende da un solo ormone"

Una ricerca texana ha analizzato i livelli di estradiolo di 52 donne tra i 18 e i 30 anni. Se sono alti, l'appagamento diventa difficile. Ma la sessuloga: "I comportamenti sono indotti dall'ambiente" di BENEDETTA PERILLI


L'HANNO chiamato l'ormone Marilyn Monroe perché, secondo gli scienziati dell'Università del Texas, sarebbe responsabile di alcune caratteristiche fisiche e comportamentali molto simili a quelle della bionda icona americana. L'ormone in questione è l'estradiolo e, se prodotto in alte quantità dal corpo femminile, contribuirebbe a rendere le donne più belle, più sexy e, di contro, anche più infedeli. Ecco una bella ricerca fatta apposta per stimolare i peggiori preconcetti dei maschi. Anzi, ne suggeriamo uno proprio sull'altro sesso.

Ma parliamo dello studio. Condotto da un team di ricercatori dell'Università del Texas di Austin e diretto da Kristina Durante, ha analizzato i livelli ormonali di 52 donne tra i 18 e i 30 anni tramite il prelievo di un tampone salivare. Successivamente alle donne è stato somministrato un test nel quale veniva chiesto di dare un voto alla percezione di sensualità di se stesse, a quella che gli altri avevano di loro, alla loro motivazione sessuale e ai loro comportamenti all'interno della coppia. Parallelamente allo studio scientifico, i cui risultati sono stati pubblicati sul numero di gennaio della rivista Royal Society Journal Biology Letters, le donne sono state fotografate e le immagini sono state sottoposte al giudizio di volontari di sesso maschile.

"Le donne con i livelli più alti di estradiolo sono state giudicate molto più attraenti dal punto di vista fisico sia da loro stesse che dagli altri - così Kristina Durante - hanno inoltre dichiarato di passare da un uomo a un altro con maggiore facilità delle altre. Anche in presenza di una relazione fissa".

Lo studio ha fatto emergere che donne con maggiori percentuali di estradiolo non trovano facile appagamento nelle loro storie a lungo termine e non disdegnano di diventare le prede di altri uomini, presumibilmente più attraenti.

Il coinvolgimento attivo degli estrogeni nel comportamento femminile non è una scoperta nuova e studi precedenti avevano già dimostrato la connessione tra picchi ormonali e scelta di un abbigliamento provocante, o adozione di atteggiamenti pericolosi o sessualmente a rischio.

Tra gli estrogeni femminili l'estradiolo, quando presente in tassi elevati, sarebbe dunque il principale responsabile di alcuni comportamenti lascivi e, sempre secondo Kristina Durante, "porterebbe le donne a flirtare con molti uomini, e a tradire il partner quando capita 'a tiro' qualche uomo che suggerisce loro messaggi di maggiore mascolinità".

Sul rapporto tra ormoni e comportamento femminile Emmanuele Jannini, docente di sessuologia medica dell'Università dell'Aquila, spiega: "Sicuramente la sessualità femminile e i sentimenti della donna sono ormonodipendenti. Basti pensare che nell'80% dei casi gli omicidi per mano di donne avvengono nella loro fase premestruale o che nella fase dell'ovulazione, durante la quale c'è un picco nella produzione di estrogeni, le donne hanno una maggiore tendenza ai rapporti sessuali. È difficile però ricondurre tutto al livello di un solo ormone dato che la sessualità delle donne dipende dagli ormoni in maniera ciclante e molto complessa".

Lo stesso ormone sarebbe responsabile anche della tipica forma a clessidra di alcune donne, oltre che di una perfetta simmetria del volto e di seni abbondanti.

Ma attenzione: secondo Alessandra Graziottin, responsabile del centro di ginecologia del San Raffaele Resnati di Milano, lo studio condotto dall'Università del Texas sarebbe falso: "L'equazione più ormoni più partner che emerge dalla studio è sbagliata. Il livello di estrogeni, che in ciascuna donna è geneticamente programmato, è correlato alla femminilità esaltandone l'attrazione rendendo il corpo più femminile e quindi più predisposto alla riproduzione".

Ma per quanto riguarda la fedeltà, non è tutta colpa dell'estradiolo. Sbagliato dunque prendere l'ormone come alibi per i propri comportamenti. "Gli atteggiamenti libertini - aggiunge Alessandra Graziottin - non dipendono dagli estrogeni ma sono indotti dall'ambiente in cui cresciamo".

Dello stesso parere anche Andrea Lenzi, ordinario di endocrinologia presso l'Università La Sapienza di Roma: "Quello emerso non è un dato scientifico ma sociologico. Gli ormoni hanno una certa rilevanza nel comportamento umano ma un dato in cui si deva ad un solo ormone il condizionamento di alcuni comportamenti sociali non è attendibile".

(14 gennaio 2009)

16/12/2008

SONNAMBULA SCRIVE DA PC, NASCE 'ZZZ-MAIL'

tratto da: www.ansa.it


» 2008-12-15 16:41
SONNAMBULA SCRIVE DA PC, NASCE 'ZZZ-MAIL'

ROMA - Sono sempre una sorpresa i comportamenti dei sonnambuli. L'ultimo caso, oggetto anche di studio medico, è quello di una donna che mentre dormiva profondamente è riuscita a inviare delle email ad alcuni amici, chiedendogli di portare vino e caviale. I dottori l'hanno classificato come il primo caso finora segnalato di 'zzz-mail', come riporta la rivista 'Sleep medicine'.

Protagonista di questo singolare episodio, riportato dal Daily Mail, è stata una donna di 44 anni, che addormentatasi circa alle 22, si è alzata due ore dopo, camminando fino al computer situato nella stanza accanto. Dopo averlo acceso e connesso a internet, è riuscita a introdurre username e password nel suo profilo, scrivere e inviare ben tre email, anche se composte modo un po' strano. In una ad esempio era scritto "vieni domani e sistema quel diavolo di buco. Cena e drink alle 16. Porta vino e caviale solamente". Un comportamento definito dai ricercatori "insolito" e "complesso, perché richiede una coordinazione dei movimenti finora mai osservata prima nei sonnambuli". La stessa donna è rimasta scioccata dopo aver visto le email spedite, di cui non ricordava niente. Era la prima volta per lei, non avendo mai avuto nell'infanzia episodi di sonnambulismo o incubi notturni. Un'ipotesi avanzata è che a scatenare la 'scrittura notturna' sia stata una prescrizione medica, anche se le cause del fenomeno rimangono tuttora poco chiare.

12/12/2008

"Lo zucchero come una droga"

tratto da repubblica.it

Una ricerca dimostra che assumere il dolcificante in dosi massicce provoca dipendenza
L'esperimento è stato condotto su cavie ma, secondo gli esperti, il meccanismo è identico sull'uomo

"Lo zucchero come una droga"
Crisi d'astinenza per i casi gravi

di SARA FICOCELLI

Altro che semplici golosi: uno studio dell'Università di Princeton, nel New Jersey, dimostra che molti "golosi" sono in realtà tossici perché lo zucchero - a quanto pare - provoca dipendenza. Sembra una curiosità ma questa dei ricercatori di Princeton è una scoperta, importante per il mondo scientifico perché conferma ciò che molte persone a dieta sospettavano da tempo: lo zucchero è una specie di droga.

Secondo il neuroscienziato Bart Hoebel, abbuffarsi di zucchero può infatti avere effetti sul cervello molto simili a quelli provocati da un abuso di sostanze stupefacenti. Il ricercatore ha presentato i risultati della sua analisi al meeting del College americano di Neuropsicofarmacologia a Scottsdale, in Arizona: lo studio è stato svolto utilizzando delle cavie e somministrando loro dosi elevate di acqua zuccherata ogni giorno, dopo che avevano passato la notte a digiuno. Nel giro di tre settimane, gli animali hanno cominciato a dare segni di impazienza e frenesia, mostrando insomma un comportamento simile a quello dei tossicodipendenti in crisi di astinenza. "Rimanevano a lungo desiderosi di ricevere una nuova "dose", erano incontrollabili", ha spiegato Hoebel.

L'esperimento ha mostrato negli animali un aumento nel cervello della dopamina. "E' una sostanza che si trova nel nucleus accumbens, la parte adibita alla motivazione e al meccanismo della ricompensa - ha detto Hoebel - e si sa da tempo che l'abuso di droghe fa aumentare il rilascio di dopamina in questa parte del cervello: in questo caso abbiamo scoperto che lo zucchero agisce allo stesso modo".

In un altro esperimento le cavie, dopo essere state nutrite per un periodo a base di zucchero, sono state costrette a passare alcune settimane senza più riceverne. Quando la sostanza veniva reinserita nell'alimentazione, ne consumavano molta più di prima. A un certo punto gli scienziati hanno deciso di variare sostituendo l'acqua zuccherata con dell'alcol e hanno notato che quelle nutrite con lo zucchero ne bevevano più di quanto avrebbe fatto un topo normale. "Ancora non sappiamo come reagiscono gli esseri umani - ha concluso l'autore dello studio - Ma quel che è certo è che esiste un nesso tra la dipendenza da sostanze stupefacenti e lo sviluppo di un desiderio morboso di dolcificante".

Secondo il professor Pierfranco Spano, docente di farmacologia e tossicologia presso l'Università degli Studi di Brescia, è comunque plausibile che lo zucchero provochi dipendenza anche su di noi. "I cosiddetti sistemi di ricompensa che abbiamo nel cervello, dalla medicina anglosassone definiti "rewarding system", mediano gli effetti di tutte le sostanze da abuso. Esiste cioè una partecipazione di sistemi cerebrali in cui la master key è la dopamina. Si tratta in genere di comportamenti appetitivi che partono dal masencefalo e arrivano nel nucleus accumbens, una parte del cervello a sua volta suddivisa in due zone, la cosiddetta "shell". Questa "conchiglia" si accende in caso di desiderio o di previsione di ricompensa". Il professore precisa anche che in campo scientifico esistono i cosiddetti "gradini di rigore dimostrativo": a volte cioè vengono fatte delle scoperte fondamentali e in un secondo momento vengono costruite le teorie, in modo tale che, come diceva Popper, la prova non possa essere confutata. A questa scoperta, insomma, manca una teoria di supporto, ma il primo passo è stato fatto e si tratta di un gradino importante. "I geni e lo sviluppo postnatale - conclude Spano - indirizzano a lungo andare le persone verso alcol, zucchero o cocaina. La "scelta" dell'oggetto della dipendenza viene fatta in base all'esperienza e alla predisposizione personale: ed è su questo fronte che la scienza sta maggiormente indagando".

Sembra comunque che affinché il meccanismo di dipendenza si attivi sia necessario assumere dosi massicce di zuccheri. Dunque non preoccupatevi se amate il dessert di fine pasto, non andrete in crisi d'astinenza. Anzi, gli esperti consigliano di non rinunciare affatto ad alcuni prodotti dolciari, che oltre che dare energia fanno bene alla salute. Secondo una ricerca dei laboratori di ricerca dell'Università Cattolica di Campobasso in collaborazione con l'Istituto dei Tumori di Milano, 6,7 grammi di cioccolato al giorno rappresentano infatti la quantità ideale per proteggerci da infiammazioni e malattie cardiovascolari. E sempre un'altra ricerca nostrana, condotta quest'anno dall'Istituto di Neuroscienze del CNR di Cagliari, si è concentrata su "cioccolismo" (dall'inglese chocoholism), ovvero la dipendenza da cioccolato. "Anche se poco conosciuto - ha spiegato Giancarlo Colombo, ricercatore In-Cnr - si tratta di un fenomeno di dimensioni sorprendentemente ampie nei paesi occidentali. Fonti americane indicano che ad essere colpite maggiormente sono le donne, nella misura del 40%, mentre la popolazione maschile è coinvolta per il 15%".

La scoperta di Hoebel rappresenta dunque la quadratura del cerchio di tutta una serie di studi e potrebbe avere risvolti importanti per le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare, come binge eating (crisi da alimentazione incontrollata) o bulimia.

(11 dicembre 2008)

02/12/2008

I PISOLINI RAFFORZANO LA MEMORIA

tratto da: www.ansa.it 

» 2008-12-01 21:12

I PISOLINI RAFFORZANO LA MEMORIA

 

WASHINGTON - Avanti tutta con i pisolini pomeridiani: solo 12 minuti o una ora e mezza con gli occhi chiusi nel pomeriggio possono fare miracoli per rafforzare la memoria e 'sedimentare' nozioni appena apprese mentre al contrario, la mancanza di un sonno continuato la notte affligge pesantemente le capacità mnemoniche. Lo rivela uno studio Usa realizzato dal neuroscienziato William Fishbein della 'City university' di New York che ha sottoposto a test sugli effetti della 'penichella' pomeridiana più di 20 studenti universitari di lingua inglese.

Ai giovani, prima del riposino, sono state insegnate parole in cinese, una lingua di cui non sapevano assolutamente nulla: subito dopo la metà dei volontari ha fatto un pisolino di 90 minuti mentre l'altra metà no.

Lo stesso pomeriggio, gli scienziati hanno sottoposto tutti gli studenti coinvolti a test e quiz su altre parole cinesi mai viste prima e la differenza nell'apprendimento dei ragazzi è apparsa evidente.

 I giovani reduci dalla dormitina hanno mostrato di intuire la composizione in sillabe e persino l'origine semantica delle nuove parole cinesi nonché di riuscire a collegarle a quanto imparato prima molto meglio dei ragazzi che erano rimasti svegli.

"In pratica chi aveva fatto un riposino ha capito subito il senso dei quiz mentre per gli altri la memoria faceva cilecca", ha osservato Fishbein. Secondo lo studioso ciò che conta nel rafforzare le memorie è la fase del sonno chiamata 'ad onda lenta' che si raggiunge velocemente una volta chiusi gli occhi in quanto precede la fase Rem in cui si manifestano i sogni.

GLI ANTIOSSIDANTI NON RALLENTANO INVECCHIAMENTO

 tratto da: www.ansa.it

 2008-12-01 17:06

GLI ANTIOSSIDANTI NON RALLENTANO INVECCHIAMENTO

 

MONZA - Creme e diete a base di anti-ossidanti, pubblicizzate per le loro proprietà antiinvecchiamento, sarebbero inutili. E' quanto sostiene uno studio dell'University College di Londra, che ha analizzato i nematodi, vermi cilindrici che, pur avendo forte potere anti-ossidante per far fronte ai danni ai tessuti da radicali liberi, non vivono più lungo.

Secondo i ricercatori non vi sarebbe una "prova certa della capacità degli anti-ossidanti, uno dei prodotti principali dell'industria cosmetica e salutista, di rallentare l'invecchiamento".

 Una teoria, quella dello stress ossidativo, nata nel 1956, dopo l'osservazione dell'invecchiamento causato dall'accumulo di danni molecolari provocati dalle diverse forme reattive dell'ossigeno, note come superossidi o radicali liberi, presenti nel corpo. Lo studio sui nematodi, che condividono con gli uomini diversi geni, ha smentito questa teoria. I vermi, geneticamente manipolati in modo da assorbire il surplus di radicali liberi, non avevano infatti alcun vantaggio in termini di invecchiamento e durata della vita. Vivevano esattamente come gli altri.

 "Sappiamo ancora poco - spiega David Gems, coordinatore dello studio - dei meccanismi dell'invecchiamento. E' chiaro che se i radicali liberi sono coinvolti, hanno un ruolo minimo, e che i danni ossidativi non sono la principale causa dell'invecchiamento. Una dieta sana e bilanciata è importante per ridurre il rischio di malattie da invecchiamento, come cancro, diabete e osteoporosi, ma non c'é la prova che mangiare antiossidanti rallenti o prevenga l'invecchiamento".

12/11/2008

COCAINA, GENE LEGATO AL RISCHIO DIPENDENZA

tratto da: www.ansa.it

» 2008-11-11 18:39

COCAINA, GENE LEGATO AL RISCHIO DIPENDENZA

 

ROMA - Scoperto un gene che aumenta il rischio di dipendenza da cocaina. Uno studio tedesco, diretto da Rainer Spanagel, professore presso l'Istituto di Salute Mentale di Mannheim, ha mostrato che il 50% dei soggetti dipendenti da cocaina presenta la variazione genetica, contro il 40% dei "puliti".

Con test genetici su circa 1400 persone, Spanegel e i suoi collaboratori hanno verificato sugli uomini quello che in precedenti ricerche era stato studiato sui topi e cioé che una particolare variante di un gene, CAMK4, è legata a una probabilità maggiore del 25% di sviluppare dipendenza da cocaina.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), potrà essere utile per individuare i soggetti più a rischio di dipendenza, sottolinea Spanagel, intervistato dal quotidiano britannico "The Guardian", che potranno seguire delle terapie o essere protetti con vaccini al momento in fase di sperimentazione.

04/11/2008

Fare sesso per avere sonni d'oro

....lo avevo sempre sospettato!!!!!

tratto da: www.repubblica.it

Congresso in Germania dei medici della Sleep Society
Che ammoniscono: "Dormire poco non è certo un vanto"

Gli esperti ai forzati della veglia
"Fare sesso per avere sonni d'oro"

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ROMA - Fare sesso fa bene alla salute. Ormai la scienza ha certificato quello che il buon senso popolare ha sempre saputo. Così come ora ha sottoscritto un altro luogo comune: una buona dose di sesso prima di addormentarsi regala sogni d'oro e notti tranquille. Altro che camomilla e tranquillanti, secondo gli esperti tedeschi di medicina del sonno della German Sleep Society (Dgsm), riuniti a Kassel, in Germania, per la loro convention annuale, fare all'amore è l'unica attività che impegna il fisico ma che al contempo lo distende e aiuta a scivolare senza problemi fra le braccia di Morfeo.

Gli specialisti a congresso confermano le virtù benefiche di un sonno sano sulla salute dell'intero organismo, e bacchettano senza mezzi termini i 'forzati della veglia': dormire poco non è certo un vanto, avvertono i medici. Per assicurarsi notti ristoratrici, gli esperti della Dgsm promuovono stili di vita positivi, come dieta sana ed esercizio fisico costante. Ma attenzione: niente attività sportive serali: "Determinano il rilascio di ormoni stimolanti", spiegano gli esperti, che mantengono il corpo attivo e il cervello sveglio, complicando e ritardando l'addormentamento. Fa eccezione il sesso. Inoltre dormire bene previene molte malattie, ribadiscono gli specialisti, preoccupati per l'abitudine sempre più diffusa di 'risparmiare' sul sonno.

Complici i ritmi frenetici della vita moderna - ricordano - nel mondo industrializzato il tempo dedicato ai sogni si è ridotto progressivamente di un'ora e mezza. Tanto che un tedesco medio dorme oggi circa 7 ore. Anche se il fabbisogno di sonno è soggettivo e non esiste una formula ideale, ammettono gli specialisti.


La moda di ridurre al minimo le ore di sonno viene da lontano. "Quattro ore di sonno per gli uomini, 5 per le donne e 6 per gli idioti", era la ricetta di Napoleone Bonaparte. Oppure c'è la regola del tre di Berlusconi: "Dormo tre ore, poi ho ancora energia per fare l'amore per altre tre", ha detto di recente il premier ospite di una discoteca milanese. Ma gli esperti ammoniscono: "Chi cerca di impressionare gli altri dormendo 'quanto basta' si muove su un terreno molto pericoloso".

Che siano le 8 ore 'prescritte' dalla saggezza popolare, oppure le 9 ore o forse più predicate da attrici e modelle che fanno della buonanotte una cura di bellezza, "ognuno ha bisogno di dormire - assicurano i medici della Dgsm - E non esiste alcuna prova che certe persone riescano ad 'allenare' il proprio organismo abituandolo nel tempo a farsi bastare il minino sonno indispensabile", precisano gli scienziati.

Se inizialmente si pensava che il sonno disturbato fosse causato da alcune condizioni patologiche, aggiungono, oggi il rapporto causa-effetto si è invertito ed è stato dimostrato che alcune malattie sono scatenate proprio dall'insonnia cronica. "Problemi cardiaci o cardiocircolatori", per esempio, "possono precipitare nei pazienti che dormono male per un lungo periodo". Si è stabilita inoltre una significativa correlazione fra disturbi del sonno e patologie come demenza o Parkinson.

Secondo uno studio, in particolare, "il 69% dei malati di Parkinson ha sofferto di problemi di sonno nei decenni precedenti. Disturbi che a volte erano iniziati già nell'infanzia". Secondo le ricerche, infatti, "circa il 40% dei bimbi piccoli ha un sonno problematico" possibile 'anticamera' di "disturbi mentali, paure, depressione o iperattività".

E "più o meno un terzo dei pre-adolescenti e degli adolescenti, con punte ancore più alte in Giappone, sperimenta attacchi di sonno durante il giorno" dormendo male di notte. Per migliorare il sonno dei più piccoli, gli specialisti suggeriscono di limitare al massimo il 'consumo' di pc e tv, perché "basta un'ora al giorno davanti a computer e televisione per compromettere il riposo". Ma oltre alla quantità del tempo trascorso davanti a uno schermo, conta anche la qualità di ciò che si guarda: "Certi show o videogame possono provocare degli incubi", chiudono i medici evidentemente più favorevoli a ben altre visioni.

(3 novembre 2008)

30/10/2008

CERVELLO, SCOPERTE AREE DOVE NASCE ODIO

tratto da: www.ansa.it

CERVELLO, SCOPERTE AREE DOVE NASCE ODIO

 

ROMA  - Che ci piaccia o no, l'odio è un sentimento tipico della natura umana che affonda le proprie radici nel profondo del nostro cervello: ora sono stati mappati i 'centri dell'odio', diverse regioni neurali non solo della sub-corteccia, sede più primitiva ed istintiva dell'emotività, ma anche della corteccia, fulcro di pensiero, ragione, azione. Resa nota sulla rivista PLoS One, la mappatura dei 'circuiti dell'odio' è stata eseguita per la prima volta da Semir Zeki e John Romaya del Wellcome Laboratory of Neurobiology presso la University College Londra. Si tratta degli stessi ricercatori che avevano individuato il 'nido' neurale dell'amore romantico in un precedente studio.

I circuiti neurali dell'odio si accendono quando proviamo questo sentimento per qualcuno o qualcosa e si attivano tanto più intensamente quanto più forte è il sentimento d'odio provato, ha spiegato Zeki, che adesso si accinge a studiare l'odio verso gruppi di persone (ad esempio l'odio razziale, politico o di genere). I neurologi hanno esaminato con la risonanza magnetica l'attività cerebrale di volontari nell'atto di osservare in fotografia una persona da loro odiata.

Alla vista dell'oggetto del proprio odio, nel loro cervello si 'accendono' le aree putamen e insula, implicati l'uno nel senso del disgusto e del disprezzo, l'altra nell'elaborazione dei diversi stati emotivi. Inoltre, e a differenza dell'amore romantico, il sentimento d'odio innesca anche l'attività di centri della corteccia, sede del pensiero razionale, del controllo dei movimenti, della pianificazione, mentre l'amore romantico è molto più irrazionale e l'innamorato che lo provi presenta deattivazione di queste regioni corticali. Infine, poiché l'attivazione dei centri dell'odio è tanto più intensa quanto maggiore è l'odio che i volontari dichiaravano di provare per le persone in foto, secondo Zeki l'uso della risonanza potrebbe essere utile in ambito forense per la risoluzione di casi criminali.

06/10/2008

Superstiziosi, cioè molto stressati

tratto da: www.repubblica.it

Uno studio svela il legame tra meccanismi di autodifesa e credenze irrazionali
Anche paranoia e teorie cospiratorie sarebbero dettate dal disagio personale

Superstiziosi, cioè molto stressati
si tocca ferro per sentirsi più sicuri

di SARA FICOCELLI

Un corno rosso
amuleto contro la jella

SE credete che lo specchio che avete rotto vi porterà sette anni di sfortuna, se evitate di salutare due volte la stessa persona prima di partire per un viaggio e se in macchina inchiodate quando un gatto nero attraversa la strada, probabilmente siete solo molto stressati. La superstizione, ovvero la convinzione che gli eventi futuri possano essere influenzati dai nostri comportamenti senza una particolare relazione causale, secondo uno studio statunitense sarebbe direttamente legata allo stress. Nei momenti di difficoltà, il nostro cervello costruirebbe una rete di micro-riti quotidiani, nell'illusione di recuperare il controllo della situazione.

Il legame fra stress e superstizione emerge dai risultati di uno studio condotto dai ricercatori Adam Galinsky, della Northwestern University di Evanston, nell'Illinois, e Jennifer Whitson, dell'ateneo del Texas, ad Austin. "Per le persone è fondamentale avere in mano le redini della propria vita - spiega Galinsky, che insegna Etica e decisione presso la facoltà di Economia - quando questo controllo viene meno, il nostro cervello cerca di ripristinare la situazione attraverso una sorta di ginnastica mentale".

Un filo chiamato autodifesa legherebbe dunque la tradizione di non sistemare il letto in modo tale che i pedi siano rivoltti verso la porta a quella di mettere una monetina tra le fondamenta di una casa in costruzione. La ricerca ha analizzato questi meccanismi di autosuggestione e paranoia attraverso sei esperimenti, ottenendo in tutti i casi risultati simili.

I volontari sono stati divisi per gruppi in base alle esperienze vissute di recente e invitati, ad esempio, a guardare delle immagini sfumate o dai contorni poco definiti. Il 95% degli appartenenti al gruppo delle persone "serene" ha identificato senza nessun problema gli oggetti ritratti, mentre il 43% dell'altro campione, volontari per lo più stressati o reduci da periodi difficili, ha visto cose che non avevano nulla a che fare con quelle ritratte nelle istantanee. Facce, grafici di mercati finanziari e altre figure immaginarie. Ciascuno, insomma, in quelle sagome ha visto ritratti i propri fantasmi.


"La sensazione di insicurezza - spiega la Whitson, che ha seguito lo studio per la propria tesi di dottorato in Economia e Management - crea spesso un bisogno viscerale di rimettere tutto in ordine, anche se soltanto in modo immaginario". La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Science, rappresenta la prima conferma scientifica del link tra disagio personale e meccanismi mentali quali superstizione, teorie cospiratorie, rituali pagani e in alcuni casi appartenenti anche alla religione tradizionale.

Quotidiani come il New York Times e il Chicago Tribune hanno commentato la notizia mettendo in relazione lo stress emotivo ed economico legato all'attuale crisi finanziaria e all'attacco dell'11 settembre con le varie teorie cospiratorie che hanno attraversato l'opinione pubblica. Un legame sottolineato dalla stessa Whitson nel corso della ricerca: "Molto spesso le persone che aderiscono a teorie cospiratorie sono quelle che hanno meno controllo sulla propria vita o che avvertono di averlo perso. E' un link automatico: l'insicurezza ci porta a vedere nemici dappertutto e a rifugiarci in un mondo parallelo, del tutto personale".

Teorie cospiratorie a parte, è comunque un dato di fatto che molte persone continuano a credere in qualcosa di irrazionale. Numerose ricerche sugli animali, da quelle dello psicologo americano B. F. Skinner, che studiò la "Superstizione nel piccione", a quelle sulla microdialisi cerebrale condotte dalle Università di Torino e Firenze, hanno evidenziato che questo atteggiamento mentale riguarda tutte le specie viventi e si è conservato nel corso del nostro processo evolutivo adattandosi alla cultura del tempo. L'etologo Danilo Mainardi, nel suo libro L'animale irrazionale, sostiene che la capacità di credere nell'irrazionale rappresenti comunque un vantaggio per la sopravvivenza della specie umana. La superstizione, nella giusta misura, può essere insomma un modo come un altro per affrontare una vita imprevedibile.

(6 ottobre 2008)

08/09/2008

La vecchiaia si può fermare

tratto da: www.repubblica.it

Non è vero che la Terza Età debba significare per forza una perdita di lucidità
"Neurology" ha indagato luoghi comuni e nuove teorie sul training del pensiero

La vecchiaia si può fermare
ecco come salvare il cervello

dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI


Giocare a scacchi aiuta il cervello a mantenersi attivo

BERLINO - Non abbiate paura della terza età, non è detto che ai più giovani, anche se avete superato i settanta, dobbiate apparire "rimbambiti". Preparatevi a tempo, programmate una vita riempita non solo di vacanze o riposo, ma anche di ginnastica cerebrale e fisica, e resterete "fit", conserverete quella mens sana in corpore sano elogiata dagli antichi. Lo spiega il neurologo Valgeir Thorvaldsson, che sull'ultima edizione di Neurology ha pubblicato uno studio-decalogo su come non scivolare verso forme di demenza.

Per prima cosa, certo, valgono le arci-note raccomandazioni generiche: non fumate, la carne mangiatela poco o per nulla, dedicatevi a un'attività sportiva almeno quattro volte la settimana, controllate sempre la pressione. E già sarete fisicamente e intellettualmente vent'anni più giovani di chi non prende queste precauzioni. Ma nella sua indagine - svolta seguendo 288 anziani della prospera e civile Svezia, tutti nati nel 1901 o nel 1902, tra il loro 70mo anno di vita e la loro morte - Thorvaldsson è giunto ad altre, più interessanti scoperte.

Primo, guai a vedere con fatalismo l'invecchiamento come inevitabile processo deteriorativo delle facoltà di pensare, parlare, muoversi, far conti. L'anziano potrà essere più lento nei suoi processi cerebrali, ma se sa tenersi sveglio con esercizi adeguati conserva il vantaggio della sua maggiore esperienza. Secondo, mantenersi sani in testa e nel corpo nella terza età richiede tanti sforzi, ma vale la pena.

Facciamo per primo piazza pulita di illusioni e luoghi comuni, scrive Thorvaldsson. I cruciverba, passatempo prediletto degli anziani, sembrano ginnastica cerebrale o mnemonica utile, invece no. Non servono a nulla: mantengono le conoscenze e capacità cerebrali del momento, ma non le migliorano. Meglio dedicarsi a giochi che davvero richiedano fantasia, ragionamento, bisogno d'improvvisazione veloce. Primi fra tutti gli scacchi: il duello con le figure dell'avversario sulla scacchiera t'impone di concentrarti, ti obbliga a pensare anche con concetti matematici, insomma è una ginnastica mentale ideale.

Secondo: imparare il giapponese, o un'altra esotica e difficile lingua. Ti spinge a esercizi mnemonici ma soprattutto (al di là della difficoltà di ricordare gli ideogrammi, o i simboli del Katakana, i segni del giapponese moderno) ti aiuta a ragionare con la logica di un'altra lingua e di un'altra cultura.

Terzo: svolgere esercizi particolari, improbabili per i più. Provate a imparare a fare il giocoliere. Ottimo per il coordinamento tra muscoli e cervello, e per la velocità di reazione. È un nuovo esempio, dice lo gerontopsichiatra tedesco Hans Gutzmann, di come sia benefico stimolare un cervello anziano con sfide nuove. Cioè: guai a pensare che la vita da pensionato debba essere soprattutto riposo e relax. Un altro esempio di ginnastica mentale è la musica: se avete cessato l'attività lavorativa, studiate pianoforte o flauto, tanto più se non lo avete mai fatto prima nella vita. Studiare musica in età avanzata, avvertono i neuropsicologi dell'università di Zurigo, aiuta a contrastare la degenerazione della corteccia cerebrale frontale.

Restano poi altri consigli, più ovvii ma sempre utili: ginnastica o sport. O, specie per le donne, un po'di caffè, meglio se consumato con calma chiacchierando con coetanei: i pomeriggi in pasticceria delle vecchie signore, un'immagine tanto tipica del Mitteleuropa, rientrano anche nella lista della lotta contro la demenza senile.

(8 settembre 2008)

05/09/2008

L'ultimo minuto - Quando la vita finisce

 tratto da: www.repubblica.it

Mentre la morte cerebrale continua a far discutere, i medici anestesisti
raccontano il momento delicato del passaggio dall'esistenza alla morte

L'ultimo minuto
Quando la vita finisce

di MAURIZIO CROSETTI

 

TORINO - Un'ultima scarica di adrenalina, il cuore che smarrisce il ritmo ma ancora non si ferma, la pressione arteriosa che s'impenna. Poi più nulla. Così muore il cervello, così si consuma l'ultimo minuto della vita, prima che i medici stabiliscano la morte cerebrale: un luogo da dove è impossibile tornare. E quel momento non appartiene a filosofi, teologi, politici, opinionisti: ci sono solo un corpo già oltre l'agonia, un medico, un respiratore artificiale e una famiglia che attende l'irreparabile notizia.

Ospedale Molinette di Torino, reparto di rianimazione. Il professor Pier Paolo Donadio, primario, racconta l'ultimo minuto della vita di un uomo. Quello che accade alle cellule cerebrali quando - come la legge stabilisce da 40 anni - vi è la "cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo". Le inevitabili domande: la persona, quando muore il suo cervello, è morta davvero? Com'è possibile considerare già cadavere un corpo ancora caldo e che respira, anche se collegato a una macchina? Come chiedere ai parenti il consenso all'espianto degli organi? È un viaggio dentro un doppio mistero: la fine della vita, la comprensione della morte dentro un corpo con un cuore che ancora batte.

Forse la morte abita dentro questo schermo di computer che il professore mostra con delicatezza, voltandolo un po': è un arcipelago di isole blu notte, appena cerchiate di un pallido azzurro. "L'azzurro è l'ossigeno, vede, ormai è solo all'esterno del cervello, tutto il resto non esiste più". Da quell'arcipelago non si torna: è la morte cerebrale vista da una "spect", vale a dire una scintigrafia (liquido di contrasto, immagine, verdetto). Il professor Pier Paolo Donadio, primario di anestesia e rianimazione all'ospedale Molinette di Torino, non ha dubbi: "Io non sono un filosofo e neppure un teologo, pur essendo un credente. Non so cos'è la morte, ma so quando è avvenuta. E so cosa dice la legge, per la quale la morte cerebrale è "cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'encefalo". Una condizione dalla quale non si riemerge, mai".


Un cervello che muore, un corpo che ancora pulsa ma solo perché lo fanno pulsare le macchine, il respiratore, i farmaci. I parenti che aspettano la risposta tremenda, un medico che è testimone infallibile, a presidio di quell'ultimo confine come una sentinella che ha combattuto, più spesso ha vinto ("La rianimazione è un luogo di vita, qui si salvano sette, otto persone su dieci") e qualche volta ha perso. Ma dove abita la morte, professore? "Nel cervello. Il quale si gonfia, per un trauma o una malattia, e la pressione non lascia più entrare sangue e ossigeno. Dopo venti minuti circa, le cellule muoiono e marciscono. L'encefalo si disfa, diventa poltiglia e siamo di fronte a un cadavere che respira artificialmente, però un cadavere senza dubbio".

Gli ultimi istanti di una vita sono quasi sempre preceduti da quella che tecnicamente si chiama "tempesta neurovegetativa": è il momento in cui, in un certo senso, il cervello si rifiuta di morire anche se è già quasi morto. È il punto di non ritorno che il medico rianimatore segue e accompagna, avendo prima tentato tutto il possibile per evitarlo. "È l'ultima scarica di adrenalina, manifestata da un picco di segni: alterazione del ritmo cardiaco, ipertensione, una sorta di estrema codata del pesce ormai quasi senza ossigeno". Da lì in avanti si è morti anche se non lo è il cuore, non ancora.

Nell'ufficio del professor Donadio c'è una macchinetta per l'espresso. "Porto qui i parenti, preparo il caffè e accendo il computer". Ecco l'arcipelago della morte blu. "Parlo con loro, spiego con le immagini e mi rendo conto di quanto sia difficile accettare non dico la fine, ma la fine di un corpo che è ancora caldo, che sembra solo dormire, che fa la pipì. Duemila persone sono in quello stato ogni anno in Italia, 200 mila nel mondo e mai nessuno si è svegliato, perché è impossibile".

Cosa succede quando il medico deve scostarsi e far passare la fine? Come la certifica? Come ne prende atto, senza tema di smentita? "Ogni malattia cerebrale, così come ogni malattia, ha una storia clinica. Io la conosco e parto da lì. Poi verifico l'assenza di determinati riflessi. Illumino l'occhio, e la pupilla non si restringe. Tocco la laringe, e niente tosse. Verso dell'acqua gelata nel timpano, e l'occhio resta immobile. Oltre, naturalmente, all'assenza di respiro spontaneo. L'osservazione di questi dati dura sei ore e viene ripetuta per tre volte. Si effettuano gli elettroencefalogrammi e i riflessi del tronco, lo fanno il rianimatore, il neurologo e il medico legale. Se è il caso si procede alla scintigrafia, ma certamente il percorso è segnato. Una cosa diversissima dal coma, dove il cervello non funziona ma è ancora vivo. Qui, lo ripeto, si tratta di cadaveri".

Torniamo per un momento davanti alla macchinetta del caffè. La luce del giorno entra filtrata, qui al terzo piano, nello studio del primario. Un pacchetto di Gauloises sulla scrivania, le foto della moglie e dei tre figli alle pareti, un crocifisso, un'icona. Sulle sedie, i parenti di quel cadavere che ancora respira. Capiranno? Perché in quei momenti si parla anche di donazione d'organi. "In tutti questi anni non ho trovato un solo individuo che non abbia capito, poi elaborare il lutto è un'altra faccenda. Mi chiedono se il loro caro è morto davvero, se è stato fatto il possibile e se c'è trasparenza nell'assegnazione degli organi, in caso di eventuale donazione. Le tre risposte sono altrettanti sì. Al massimo, il parente dice: aspettiamo il miracolo. E io pacatamente rispondo, da credente tra l'altro, che il miracolo non contempla la resurrezione".

In quella terra di nessuno che è la vita sospesa, in realtà una vita già morta che però mantiene alcuni preziosissimi organi, si inserisce il gigantesco tema dei trapianti. Che in Italia nel 2007 sono stati 3.020, per un totale di 1.084 donatori. Il dottor Riccardo Bosco, anestesista, è il responsabile del coordinamento prelievi della regione Piemonte. "Abbiamo una rete di coordinatori locali, specialisti che si occupano di donazioni e dei rapporti con le famiglie dei defunti. Prima di tutto, però, conta la formazione: e noi la facciamo per il nostro personale, compresi i centralinisti e gli addetti alle pulizie". Le ultime polemiche sulla morte cerebrale vi complicheranno il lavoro? "È presto per dirlo. Di sicuro dovremo informare sempre meglio, usando anche quel grande strumento che è Internet". Navigando nel sito "www. donalavita. net" è possibile saperne di più.

"Lo confermo, le persone che puliscono le nostre sale operatorie sanno perfettamente cos'è la morte cerebrale". Maurizio Berardino, camice celeste (è appena salito dal reparto) è il primario di rianimazione della neurochirurgia delle Molinette. Anche lui, ogni giorno, sentinella sul confine della morte. "La quale, non ho dubbi, abita là dove non si può tornare indietro. Il cuore è un muscolo, il cervello è la sede della nostra identità biologica. La morte cerebrale non ci coglie mai di sorpresa, è un evento atteso che si sviluppa con passaggi segnati e prevedibili, non è un arresto cardiaco. Ma questi reparti non sono l'anticamera dell'obitorio, qui si salvano migliaia di persone e si lotta per garantire la qualità della vita migliore possibile a chi sarà dimesso. Il vero problema è l'ignoranza, è non sapere di cosa stiamo parlando. In fondo, la medicina è fatta di cose semplici". Ma la morte, dottore, la morte del cervello si vede arrivare? "È quell'ultima scarica di adrenalina, è quella tempesta. Il problema diventa raccontarlo alle famiglie, dando loro il tempo di abituarsi all'idea. Spesso bastano quarantotto ore, altre volte non sarà sufficiente un'intera vita".

Macchine che soffiano come il respiro, monitor che pulsano con gentilezza. Ma poi cosa succede, professor Donadio? Come si varca la soglia ultima, un minuto dopo le sei ore di osservazione? "In quel momento, il medico è di fronte a un preparato biologico dagli occhi in giù. Faccio sempre un esempio: quando muore una nonna in corsia, mica si tiene la flebo nella vena, dopo. Per la morte cerebrale è lo stesso: si staccano i tubi". A quel punto, l'ultimo secondo di vita del cervello è già trascorso, non quello del cuore. "Io spengo il monitor. Perché mi sembra un'inutile agonia anche visiva, quell'onda elettrica sul monitor che perde il passo".

Siamo alla fine, adesso sì. "Il cuore, anche senza il respiro continua a battere di norma per cinque o sei minuti, che nel caso dei giovani possono diventare venti. Ma quella, da molte ore non era più una persona viva". Perché poi l'ultimo passo è sempre il penultimo. Restano ben vivi coloro che soffrono la perdita. Resta il dovere e il bisogno delle parole per dirlo, per rispondere e chiarire, per confortare. "Però le persone capiscono. Io gli voglio bene, ma bene sul serio, e loro lo sanno".

(5 settembre 2008)

04/09/2008

DECIFRATO ENZIMA CHE VIGILA SU FUNZIONAMENTO DNA

tratto da: www.ansa.it

2008-09-03 21:00

DECIFRATO ENZIMA CHE VIGILA SU FUNZIONAMENTO DNA

 

ROMA - Decifrato in 3D un enzima 'correttore di bozze' che vigila sul corretto funzionamento del codice genetico, in modo che ogni cellula del corpo attivi solo i geni che le servono per assumere la propria identità nel tessuto o organo cui appartiene, per esempio per essere cellula cutanea nella pelle o cellula epatica nel fegato. Studiato da Sirano Dhe-Paganon del consorzio di scienziati 'Structural Genomics Consortium', presso i laboratori dell'Università di Toronto, si tratta dell'enzima 'UHRF1'. La sua struttura, e dunque il suo modo di funzionare, sono stati decifrati in tre lavori pubblicati sulla rivista Nature.

Tutte le cellule del nostro corpo possiedono un identico codice genetico che fa di ciascuno di noi un individuo unico, diverso da tutti gli altri. Il fatto che le cellule dei diversi organi e tessuti siano differenti tra loro pur contenendo identico Dna dipende da un secondo 'codice' detto epigenetico.

I geni sono gli stessi per tutte le cellule ed a fare la differenza è questo codice che, basato sull'aggiunta ed eliminazione sul Dna di tante copie di una molecola semplice, il gruppo metile, fa sì che determinati geni restino accesi o spenti a seconda del tessuto. Per esempio, i geni accesi nelle cellule della pelle non sono gli stessi di quelli accesi nelle cellule del fegato e così via, e sono queste differenze a distinguere le cellule tra loro. Il codice epigenetico è importantissimo perché se va fuori uso si possono ingenerare malattie gravi come i tumori, dal momento che le cellule perdono il controllo dei propri geni.

Tale codice si tramanda di generazione in generazione e la sua correttezza è regolata, come scoperto solo di recente, dall'enzima UHRF1. Nella fase in cui il codice epigenetico viene copiato per essere tramandato alle cellule figlie, UHRF1 entra in azione e corregge eventuali errori nella copia. Adesso gli esperti hanno 'fotografato' l'enzima in 3D e compreso la struttura del suo sito attivo che svolge la funzione di correttore: "Data l'attenzione crescente che si sta dando all'epigenetica come meccanismo dietro ai tumori - spiega Dhe-Paganon - chiarire la struttura di UHRF1 potrebbe fornire cruciali informazioni per capire quali sono i meccanismi che innescano il cancro". 

03/09/2008

Uomini infedeli? Tutta colpa di un gene

 tratto da: repubblica.it

Ricerca svedese scopre il rapporto fra Dna e relazioni extraconiugali
Gli esperimenti fatti sui roditori confermano. E la medicina immagina una cura

Uomini infedeli?
Tutta colpa di un gene

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

 

LONDRA - Sembra la scusa perfetta per il marito colto in flagrante: "Scusa, tesoro, ma sono nato così, non è mica colpa mia". Scienziati svedesi hanno infatti scoperto il gene dell'infedeltà: una specie di motorino che alcuni maschi hanno nel proprio Dna e altri no. Non è uno scherzo, e gli studiosi sono i primi ad ammettere che le relazioni extra-coniugali derivano da innumerevoli circostanze: quello genetico può essere soltanto un aspetto della molla che scatena il tradimento. Ma è comunque la prima volta che una ricerca individua un legame simile tra come sono fatti gli uomini e come interagiscono con le donne. Non solo: la scoperta include pure la possibilità di "curare" il gene malandrino, modificandolo in modo da bloccare il suo effetto, teoricamente al fine di salvare, o meglio proteggere, le unioni matrimoniali. La "medicina" che trasforma un seduttore impenitente nel compagno più fedele e monogamo, per adesso provata soltanto su topolini di laboratorio, ha dato risultati immediati: chissà se un giorno verrà somministrata anche ai playboy umani, e in che modo verranno eventualmente convinti a fare la cura.

La scoperta è opera di scienziati dell'Istituto Karolinska di Stoccolma, che l'hanno illustrata su un'autorevole rivista scientifica britannica, Proceedings of the National Academy of Sciences. Ieri è finita in prima pagina sul Daily Telegraph e sul Times di Londra col titolo: "Il gene che rende più probabile il divorzio". Il gene in questione agisce sulla vasopressina, un ormone di cruciale importanza nel processo di attaccamento sentimentale e sessuale tra un uomo e una donna. Esaminando un campione di oltre duemila persone, i ricercatori svedesi hanno verificato che gli uomini in possesso del gene restano più spesso scapoli oppure hanno una maggiore probabilità di avere relazioni extraconiugali, problemi matrimoniali e di divorziare, rispetto agli uomini che non ce l'hanno. Le mogli di uomini in possesso del gene, inoltre, sono mediamente meno soddisfatte del proprio matrimonio rispetto alle mogli di uomini che non hanno il gene in questione.

Gli uomini con due copie del gene hanno avuto due volte più crisi matrimoniali nell'ultimo anno rispetto agli uomini senza il gene. "Naturalmente ci sono molte ragioni per cui una persona ha una relazione extramatrimoniale", osserva il professor Hasse Walum, autore del rapporto, "ma è la prima volta che una variante genetica viene associata al modo in cui gli uomini si legano a una donna". Studi compiuti due anni fa al St. Thomas Hospital di Londra, d'altronde, suggeriscono che anche l'infedeltà femminile ha una percentuale di base genetica.

Gli effetti del gene sono stati sperimentati su due tipi di piccoli roditori della famiglia dei criceti. L'arvicola della prateria è estremamente monogama: quando il maschio incontra una femmina, si accoppiano ininterrottamente per 36 ore, creando un legame che dura per tutta la vita e anche oltre, tant'è che quando uno dei due muore, l'altro sceglie di restare celibe anziché formare una nuova coppia. L'arvicola comune, viceversa, è estremamente promiscua. Gli scienziati hanno scoperto che il cervello dell'arvicola della prateria maschio ha una dose di vasopressina molto più alta dell'arvicola comune. Ebbene, intervenendo sul gene "dell'infedeltà", in modo da aumentare considerevolmente il livello di vasopressina, i ricercatori hanno assistito a uno stupefacente mutamento: il criceto che amava la promiscuità è diventato di colpo uno sposo mite e devoto. Nessuno ha potuto chiedergli, tuttavia, se è più felice di prima; e nemmeno alla moglie se è davvero contenta, ad avere un compagno finalmente fedele, non perché così lui vuole, ma grazie all'equivalente di una pillolina.


(3 settembre 2008)

morte cerebrale

tratto da: repubblica.it 

Un editoriale del giornale vaticano rimette in discussione il Rapporto di Harvard
La comunità scientifica: nessun paese evoluto contesterebbe questo criterio

Bioetica,

l'Osservatore Romano
"La morte cerebrale non basta"

La precisazione della Santa Sede: "Un articolo non modifica la dottrina"

CITTA' DEL VATICANO - La dichiarazione di "morte cerebrale" non può sancire più la fine di una vita e va rivista in nome delle nuove ricerche scientifiche: è quanto scrive l'Osservatore Romano, in un editoriale in prima pagina dedicato ai quarant'anni del cosidetto "Rapporto di Harvard" che modificò la definizione di morte, da allora non più basata sull'arresto cardiocircolatorio ma sull'encefalogramma piatto. Ma poco dopo è arrivata una nota della Sala Stampa vaticana in cui si precisa che "un articolo non cambia la dottrina: si tratta di un editoriale dell'Osservatore Romano, firmato da una persona e che porta l'autorevolezza della testata e di quella persona".

Anche la Chiesa cattolica, ricorda il giornale del Papa, accettò quella definizione, proclamandosi favorevole al prelievo degli organi da pazienti cerebralmente morti. Nell'editoriale dell'organo di stampa vaticano si sostiene che "è stato dimostrato, però, che la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano".

Anche la Chiesa si trova ora in una situazione delicata perché l'assunto di "morte cerebrale" - si legge nell'articolo - "entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistenti".

Ferma la replica del mondo scientifico, nelle parole di Alessandro Nanni Costa, direttore del Cnt, il Centro nazionale trapianti: "Il criterio di morte cerebrale per sancire la morte di un individuo è l'unico scientificamente valido". Inoltre, "la comunità scientifica mondiale approva i criteri stabiliti dal rapporto di Harvard e le critiche, che arrivano da frange minoritarie, sono basate essenzialmente su considerazioni non scientifiche". Conclude lo scienziato: "In tutti i paesi scientificamente evoluti i criteri sono stati recepiti come norma". In Italia nel 1978 sono diventati legge, poi riconfermati da una legge successiva, nel 1993.

Anche Vincenzo Carpino, presidente dell'Associazione anestesisti-rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi), conferma la posizione di fatto della comunità scientifica: la morte cerebrale "resta al momento l'unico criterio valido, in mancanza di nuove evidenze scientifiche, per definire il decesso di un individuo". E aggiunge: "Quando in rianimazione i medici rilevano un accertamento di encefalogramma piatto, trasmettono la notizia alla direzione sanitaria, che a sua volta istituisce un collegio di tre medici (un anestesista-rianimatore, un medico legale e un neurofisiologo) che, a prescindere dalla fascia di età del paziente, effettua un periodo di 6 ore di osservazione con un protocollo preciso". "La morte cerebrale", conclude Carpino, "è la morte dell'individuo".

(2 settembre 2008)

01/09/2008

SOPRA I 70 BATTITI CUORE PIU' A RISCHIO

tratto da: www.ansa.it 

» 2008-08-31 11:44

SOPRA I 70 BATTITI CUORE PIU' A RISCHIO

 

MONACO DI BAVIERA - Occhio al polso: se i battiti sono più di 70 al minuto cresce il rischio di infarto. E' questo il nuovo messaggio lanciato oggi dai cardiologi riuniti a Monaco di Baviera, dove è in corso l'annuale Congresso della Società Europea di Cardiologia (Esc). A indicare la strada di una "maggiore attenzione alla frequenza del battito cardiaco" sono due studi pubblicati dalla rivista The Lancet sul numero di fine agosto: 'Europa' e 'Beautiful', entrambi legati a un nome italiano, quello di Roberto Ferrari, direttore della Clinica Cardiologica dell' Università di Ferrara, che proprio durante il congresso di Monaco assume la presidenza dell'Esc, che terrà fino al 2010.

 "Il numero dei battiti del cuore - afferma Ferrari - è il più semplice, preciso e meno costoso indice prognostico. E' il modo, o meglio il linguaggio con cui il corpo comunica che qualcosa non va". E questo concetto è valido non solo per i cardiopatici a cui si riferiscono i due studi, ma anche per la popolazione sana. Anzi: da oggi, l'alta frequenza del polso deve essere considerata come un fattore di rischio, come il colesterolo o l'ipertensione. E misurare il numero dei battiti dovrà divenire routine per tutti.

Se poi una persona sana ha qualche battito in più non si allarmi: il modo migliore per ridurli in modo fisiologico è l'esercizio fisico leggero ma costante, perché abbassa i battiti nell'arco della giornata. Lo studio Europa, di cui Ferrari è il coordinatore, ha considerato 12 mila pazienti cardiopatici senza scompenso cardiaco, quindi non gravi. E ha permesso di dimostrare che per loro la linea di confine è a 75 battiti al minuto.

 "Oltre questo limite - spiega il cardiologo italiano - il rischio di mortalità cardiovascolare aumenta del 24% e quello dello scompenso cardiaco del 54%". L'altra conferma della necessità di portare attenzione al numero dei battiti viene dagli 11 mila pazienti cardiopatici con iniziale scompenso cardiaco seguiti per quattro anni nello studio Beautiful in 781 centri di 33 Paesi, sempre coordinato da Ferrari. In questo caso la linea di confine scende a 70 battiti al minuto. "Oltre questo limite - aggiunge Ferrari - il rischio di mortalità cardiovascolare aumenta del 34%, quello dello scompenso del 56%, quello di infarto cresce del 46% e quello di dover subire una rivascolarizzazione coronarica del 38%".

Ma a Monaco si è andati oltre il riconoscimento della frequenza cardiaca come indice prognostico. Lo studio Beautiful ha infatti dimostrato che la sola ed esclusiva riduzione della frequenza cardiaca effettuata con ivabradina, un farmaco che non ha effetto su altri parametri cardiovascolari, fa diminuire del 36% l' incidenza di infarto e del 30% la necessità di un' angioplastica o di un by-pass. Ma qual è la spiegazione logica che la frequenza cardiaca elevata fa male? "E' una questione di consumi e di energia", risponde Ferrari, che spiega: "E' incredibile il lavoro che il nostro cuore fa ogni giorno: 100 mila battiti (35 milioni in un anno), 9000 litri di sangue pompati nel sistema cardiovascolare che copre ben 120 mila chilometri, che vengono percorsi dal sangue in soli 20 secondi".

Per far fronte a tutto ciò il cuore necessita di circa 30 kg di energia al giorno, prodotta con l'ossigeno che arriva insieme al sangue attraverso le arterie coronariche. "Ma quando le coronarie sono malate (per arteriosclerosi), arriva meno ossigeno al muscolo cardiaco, che quindi produce meno energia e si deteriora". Ora, ridurre la frequenza di 10 battiti/minuto al giorno, significa ridurre di ben 5 chili le necessità energetiche del cuore, che quindi non si deteriora anche se ci sono placche nelle coronarie. "In altre parole - conclude Ferrari - se riduciamo i giri del motore, la 'macchina' ha bisogno di minor quantità di carburante e anche se i tubi della benzina sono incrostati, il motore continua a funzionare e non si ferma".

28/08/2008

ECCO PERCHE' LE PRIME PAROLE SONO MAMMA E PAPA'

 .

 tratto da: www.ansa.it

» 2008-08-27 13:01

ECCO PERCHE' LE PRIME PAROLE SONO MAMMA E PAPA'

 

ROMA - Se le prime parole che imparano i bambini sono mamma e papà, questo non accade solo perché i genitori sono le persone più vicine. La vera ragione risiede nel cervello e nella sua organizzazione, che lo programma in modo da riconoscere, apprendere e memorizzare più facilmente le parole che contengono sillabe che si ripetono.

La ricerca, pubblicata nell'edizione online della rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas, è stata condotta da un gruppo internazionale coordinato dall'università della British Columbia. Utilizzando le più avanzate tecniche non invasive di rilevazione per immagini dell'attività cerebrale, i ricercatori hanno documentato come reagiva il cervello di 22 neonati di appena due o tre giorni nel momento in cui ascoltavano parole molto diverse fra loro.

Ad esempio, i neonati hanno ascoltato sia parole con sillabe che si ripetono, come "mubaba" e "penana", sia parole nelle quali non ci sono ripetizioni, come "mubage" e "penaku. E' accaduto così che ogni volta che ascoltavano parole con sillabe che si ripetono, le aree della regione temporale e dell'area frontale sinistra del loro cervello si attivavano. Al contrario, le parole prive di sillabe ripetute non stimolavano alcuna risposta a livello cerebrale. Dopo tante ricerche simili condotte sul linguaggio degli adulti, questa è la prima a dimostrare che gli esseri umani nascono con abilità che permettono di imparare la lingua madre in modo sistematico ed efficiente. "Probabilmente - osservano i ricercatori - non è una coincidenza che molti linguaggi nel mondo contengono ripetizioni nelle parole 'infantili', come daddy in inglese, papà in italiano e tata (nonno) in ungherese".

26/08/2008

CERVELLO, IL SONNO LO PROTEGGE

tratto da www.ansa.it

2008-08-26 09:57
CERVELLO, IL SONNO LO PROTEGGE


ROMA - Il sonno è essenziale per la nostra sopravvivenza e serve a "ripulire" il cervello dalle informazioni superflue e inutili incamerate durante il giorno, fissare i nuovi ricordi e prepararlo alle fatiche del giorno seguente. In parte già dimostrate in alcuni studi, queste ipotesi sulle funzioni del sonno sono ridiscusse sulla rivista PLoS Biology dagli italiani Chiara Cirelli e Giulio Tononi, superesperti in scienza del sonno che lavorano presso la University of Wisconsin School of Medicine.

Gli scienziati italiani forniscono tutti i motivi per dimostrare che il sonno è indispensabile ed ha funzioni precise, smontando l"ipotesi nulla secondo cui il sonno non è necessario e c'é semplicemente come una forma estrema di indolenza, o come comportamento accessorio quando non abbiamo nulla di importante da fare. Se così fosse, dicono Tononi e Cirelli, allora perché il sonno è un comportamento universale? Finora, sottolineano, non é stata scoperta nessuna specie animale che non ha bisogno di dormire; persino il delfino ha evoluto un modo di dormire particolare, il sonno emisferico, ossia dorme con solo metà cervello alla volta.

Se non ne avesse bisogno perché avrebbe sviluppato un comportamento così insolito? Una seconda prova dell'indispensabilità del sonno è che, se non dormiamo per un po', il cervello ci induce a dormire di più per recuperare, oppure a dormire più profondamente, comportamento cui nessun animale finora studiato sfugge. Terza prova: non dormire logora le funzioni cognitive e mnemoniche. "L'ipotesi nulla non funziona - dicono - non c'é prova dell'esistenza di specie che non dormono, che non adottano meccanismi compensatori, che riescano a non dormire seno non pagando un caro prezzo in termini di sopravvivenza e performance".

Il sonno deve avere invece funzioni essenziali: "sebbene tutto il corpo ne tragga beneficio, il primo e più evidente effetto della deprivazione di sonno è il deficit cognitivo, segno che il cervello soffre di più il sonno. Ci sono molte prove che di notte il cervello si riorganizzi strutturalmente per consolidare le informazioni incamerate nel giorno appena finito; ma il sonno potrebbe anche essere un momento importante per detossificare il cervello da radicali liberi o altre neurotossine che si accumulano durante il giorno.

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Un altro argomento che ha sempre destato la mia curiosità...

Cosa ci succede quando dormiamo?

E' una cosa a cui ho pensato varie volte nella vita. Sia perché il mio sonno è stato spesso tormentato, sia perché tante volte è stato illuminante...

L'idea che mi son fatta io, e di cui brevemente faccio cenno nel mio racconto, tra l'altro ancora in corso "AuRoRaxSpiRiT: La rinascita" è quello per cui esso costituisca una sorta di limbo di metabolizzazione. Quel tempo e quel luogo in cui noi elaboriamo, metabolizziamo, senza aggiungere ulteriori esperienze, ciò che ci è già successo nella vita di relazione, dove le risposte che abbiamo, non sono quelle che ci daremmo, ma quelle di un cervello, un'anima ed un cuore che sono totalmente diversi, alieni da noi... Lì ci scontriamo con tutto quanto non avevamo considerato... Spesso questo è motivo di shock... queste forme di impatto necessitano nel nostro cervello di una sorta di razionalizzazione che necessariamente dipende dai parametri con cui noi abbiamo costruito il nostro cervello. Il pensiero si educa e va educato. Se lasciamo agire l'impatto sia a livello cognitivo che emozionale in modo incosciente e se vogliamo, all'impazzata, l'effetto di ciò sarà evidente anche nella nostra attività onirica e sull'effetto che il sonno ha sul nostro io, sia a livello corporeo che mentale. Una sana dormita, rilassata, non può che lasciare in tutti noi una sensazione positiva sia nel corpo che nella mente e questo si riversa inevitabilmente sul nostro modo di affrontare la giornata che segue il risveglio. Una notte da incubo, fatta di tormenti, ricordi angosciosi, rimorsi, rimpianti, ecc… è capace di trasformare completamente il nostro modo di porci nei confronti del resto del mondo e degli avvenimenti che ci si prospettano. Ho sempre avuto come l'impressione che il nostro cervello sia fatto come una specie di cassettiera, in cui ogni cassetto porta un’etichetta che noi gli abbiamo attribuito... stà alla nostra capacità di renderci conto, di vedere ed in un certo senso classificare le sfumature delle cose, l’ampliare o meno la gamma di cassetti che abbiamo nel cervello. Questa, penso, sia la struttura base di quel complesso che chiamiamo coscienza. Lei lavora, indipendentemente da noi, sempre, anche quando dormiamo, ed in modi diversi: a volte con simboli, a volte con immagini reali…., ma ciò che è certo, lavora per emozioni… che sono la cosa che ci resta addosso, imperturbabile, anche quando, al nostro risveglio, non ci ricordiamo niente!!!! …ma ci resta quella sensazione….

Un aspetto ormai consolidato ma non citato dall’articolo è quello per cui dopo un po’ di giorni di insonnia le persone tendono ad impazzire, ad avere comunque squilibri che invadono la loro vita da svegli. Lo sono al giorno d’oggi un esempio eclatante i cocainomani. Dopo un po’ iniziano a sbarellare. Nonostante in quest’italia moralista si condanni indiscriminatamente l’utilizzo di tutti i tipi di droghe, tra l’uso abituale di una, piuttosto che un’altra, c’è una bella differenza. Tornando all’esempio, il cocainomane è un soggetto che smette di dormire perché questo è uno dei principali effetti che (come la metanfetamina, anfetamina e loro derivati) ha sul soggetto. L’insonnia e l’iperattività prolungata nel tempo, si è visto che spesso provoca, nelle persone che ne abusano, effetti che sono classificabili nella vasta gamma dei comportamenti della pazzia. Non è un danno permanente, nel senso che, smesso l’abuso, di solito cessano anche questi effetti. Probabilmente, secondo me, sono proprio associati alla mancanza di un sonno razionalizzante… dopo un po’ la gente sclera… (sorvolo poi gli effetti dell’usuale abbinamento con l’alcool, è un altro capitolo)

Un altro aspetto interessante dell’articolo è quello relativo alla “detossificazione”. Quante volte ci siamo svegliati bagnati fradici, specie dopo una notte di stravizi ed abbiamo avuto l’impressione di esserci in un certo senso purificati… una cosa simile alla sudorazione di una notte febbricitante. Ci sentiamo sgonfi, più leggeri, pronti a muoverci ed ad affrontare un nuovo giorno… è innegabile che stare fermi 2 ore su un letto, ma svegli e stare 1 ora e mezzo a letto, ma a dormire, abbiano effetti diversi anche a livello di rilassamento del corpo… poi penso anche a tutti i gesti che facciamo per sgranchirci quando ci svegliamo: una specie di stretching che l’istinto ci insegna.. Vuoi mettere svegliarsi e rotolarsi un po’ nel letto, stiracchiarsi.... dallo svegliarsi, spengere una sveglia e catapultarsi fuori????????????????????? Io talmente non lo sostengo da avere più di una sveglia e quella dell’alzata, lontana dal letto, è senz’altro l’ultima… prima mi ci vuole un bel po’ di preparazione sia psicologica che fisica…