18/05/2009

continuare a lavorare è la cura più certa contro la demenza senile

tratto da: www.repubblica.it

Alzheimer: continuare a lavorare è la cura più certa contro la demenza senile. Ogni anno di lavoro, due mesi di prolungata salute mentale.

Lavorare fino a tarda età, se possibile lavorare sempre: è la cura più garantita contro l’avanzamento del morbo di Alzehimer, più volgarmente detto demenza senile. In altre parole, chi si illude che smettere di lavorare presto faccia bene alla salute sbaglia. Smetti, ti riposi ma perdi più velocemente le facoltà mentali: siamo prigionieri di un ingranaggio senza vie d’uscita.
La correlazione tra lavoro e salute mentale è stata stabilita da una equipe di medici e scienziati inglesi, dell’Università di Cardiff e dell’istituto di psichiatria del King’s College di Londra che hanno esaminato la storia e l’evoluzione in vecchiaia di 382 uomini (chissà perché solo uomini e non donne, questo lo studio non lo spiega). Hanno anche trovato una formula quasi matematica: un anno di lavoro in più, due mesi di Alzheimer in meno.
Che tenere la mente attiva aiuti lo si è sempre saputo, sulla base dell’esperienza diretta di ciascuno. Lo studio inglese ha riscontrato però sul piano statistico un’altra verità: che non è una questione di classe o censo. Il ritardo del declino cerebrale non dipende né dall’educazione né dal tipo di lavoro.
La demenza senile supera tutte le barriere: per combatterla bisogna essere attivi, possibilmente continuando nell’attività svolta tutta la vita.
La ricerca è stata molto attenta e estesa. Gli studiosi inglesi hanno cominciato analizzando il database del Medical Research Council e della fondazione per le ricerche sull’Alzheimer, incrociando poi le date di pensionamento con quelle della prima apparizione del male.

Le conclusioni dello studio sono state pubblicate dall’ultimo numero, appena stampato, dell’ International Journal of Geriatric Psychiatry.
Le conclusioni del team inglese portano un aiuto indiretto anche al Governo britannico, un cui organismo , l’Istituto nazionale per le ricerche economiche e sociali ha di recente auspicato che l’età di pensionamento, nell’arco dei prossimi dieci anni, venga innalzata a 70 anni, per mitigare l’impatto sui conti pubblici.

23/03/2009

PORTA SEGRETA CERVELLO FA ENTRARE SCLEROSI MULTIPLA

tratto da: www.ansa.it

 

» 2009-03-23 09:53

PORTA SEGRETA CERVELLO FA ENTRARE SCLEROSI MULTIPLA

di Enrica Battifoglia

ROMA - Una porta d'accesso al cervello finora considerata secondaria è in realtà il passaggio segreto che apre la via alla sclerosi multipla e molto probabilmente ad altre malattie autoimmuni, nelle quali il sistema immunitario aggredisce l'organismo al quale appartiene. La scoperta, che potrebbe aprire la strada a nuove vie per la terapia, è pubblicata sulla rivista Nature Immunology ed è firmata quasi interamente da italiani. Due degli autori fanno parte della classifica dei 20 immunologi più citati al mondo: sono la coordinatrice della ricerca, Federica Sallusto, che lavora in Svizzera presso l'Istituto di Ricerca in Biomedicina (Irb) di Bellinzona, e Antonio Lanzavecchia, direttore dell'Irb. Tra gli altri autori ci sono Andrea Reboldi, dottorando presso l'Irb, e Antonio Uccelli, che nell'università di Genova ha dimostrato che il meccanismo osservato nei topi ha un corrispettivo nell'uomo. La ricerca è stata realizzata anche grazie al finanziamento della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (Fism).

- INVASIONE IN DUE TEMPI: ad aprire la strada alla sclerosi multipla e probabilmente a malattie simili è una staffetta di cellule immunitarie. In un primo momento, attraverso un passaggio segreto penetra nel cervello una prima ondata di cellule, i linfociti T che producono l'interleuchina 17 (Th-17), scoperti appena tre anni fa. I linfociti Th-17 si legano quindi al loro recettore (Ccr6) e aprono la strada ad una seconda ondata di cellule Th-17, che questa volta entrano dalla porta principale, la barriera emato-encefalica.

- IL PASSAGGIO SEGRETO: è il plesso corioideo, la matassa di vasi sanguigni nella quale viene prodotto il liquido spinale. La sua esistenza era nota, spiegano gli autori della ricerca, ma era considerata una "porta di servizio", secondaria rispetto al portone principale, la barriera emato-encefalica. "Invece è un passaggio segreto molto importante", osservano Sallusto e Lanzavecchia. E' da lì che entrano le prime cellule sabotatrici che scatenano la malattia.

- ARMA CONTRO SCLEROSI MULTIPLA: per ora si intravede un'idea: "bloccare il recettore Ccr6 che fa insediare nel cervello la prima ondata di cellule immunitarie, ossia bloccare la prima ondata per bloccare la malattia", spiega Lanzavecchia. Per Sallusto "le ricadute saranno importanti per la sclerosi multipla" perché bloccare la prima ondata di cellule potrebbe avere un effetto terapeutico: è una strada da esplorare, anche perché il Ccr6 è un bersaglio relativamente semplice" e sono già noti anticorpi e alcune molecole in grado di bloccarlo.

- ALTRE MALATTIE NEL MIRINO: per Sallusto lo stesso meccanismo potrebbe essere coinvolto in altre malattie autoimmuni, come l'artrite reumatoide, e nelle infiammazioni.

- LE RONDE DEL CERVELLO: a usare il passaggio segreto potrebbero essere, oltre alle cellule "cattive", anche cellule immunitarie utili, come quelle che compongono le "ronde" che pattugliano l'organismo in cerca di tumori e infezioni. Questo fenomeno, chiamato immunosorveglianza, è noto in alcuni organi e ci sono buone possibilità che potrebbe essere attivo anche nel cervello.

 

 

26/12/2008

La casa controllata dal pensiero

tratto da: www.repubblica.it

DOMOTICA

La casa controllata dal pensiero
successo della ricerca italiana

La prima abitazione che risponde agli impulsi cerebrali è stata realizzata dalla Fondazione Santa Lucia

 

ROMA - Una casa tutta comandata dalla forza del pensiero. Porte che si aprono e si chiudono, luci, tv, stereo ed elettrodomestici che si accendono e si spengono senza usare le mano. Non è fantascienza, ma è frutto di un lavoro italiano, messo a punto nei laboratori della Fondazione Santa Lucia, dove un gruppo di ricerca, ha fatto fare un importante passo avanti alla domotica.

La prima abitazione controllata dagli impulsi cerebrali è stata realizzata dal team guidato da Fabio Babiloni, dell'università di Roma La Sapienza, già autore della mano robotica che si muove leggendo le istruzioni inviate dal cervello, e da Maria Grazia Marciani, dell'università di Roma Tor Vergata. "Una cuffia munita di elettrodi - spiega Babiloni - permette di captare l'onda P300 emessa dal cervello quando un oggetto cattura la nostra attenzione. Un computer collegato alla cuffia e ai dispositivi elettrici della casa legge l'impulso e invia il comando per azionare un dispositivo o, anche, per far muovere un piccolo robot". In Italia, aggiunge il ricercatore, il gruppo porta avanti da dieci anni studi di questo tipo il cui scopo è generare nuovi ausili per coloro che, a causa di malattie neurodegenerative o traumatiche, hanno perso del tutto il controllo volontario dei muscoli.

Lo sviluppo dell'ambiente domotico intende così mettere a punto una serie di tecnologie, incluse le interfacce fra cervello e computer, in grado di sostituirsi ai nervi periferici e ai muscoli. Il prossimo passo, annuncia Fabio Babiloni è rendere invisibile il sistema, con l'abolizione della cuffia sostituita da piccolissimi elettrodi senza fili incollati sul cuoio capelluto, che comunicano con il computer grazie al sistema wireless. Il progetto, rivela Babiloni, ha catturato l'interesse anche dell'Agenzia Spaziale Europea "per un possibile sviluppo di un ambiente domotico di questo tipo anche nello spazio".

(24 dicembre 2008)

22/12/2008

Neuroni e nanotubi al carbonio - ecco il cervello ad alta velocità

 tratto da: www.repubblica.it

Neuroni e nanotubi al carbonio
ecco il cervello ad alta velocità

Scienziati italiani e svizzeri hanno collegato materiale organico e no ottenendo la trasmissione di dati. In futuro la rete permetterà di bypassare aree cerebrali lesionate

ROMA - Un cervello iperveloce che scambia informazioni tra aree neurali con prestazioni elevatissime, che tra gli intricati meandri della sua materia grigia nasconde componenti artificiali perfettamente integrate tra i neuroni: non si può non fantasticare su futuri ibridi uomo-macchina di fronte a un esperimento denso di aspettative. Infatti, ricercatori italiani e svizzeri hanno "collegato" ai neuroni nanotubi di carbonio e in questo modo hanno aumentato l'eccitabilità neurale.

L'invenzione è presentata sulla rivista Nature Nanotechnology e si deve a Michel Giugliano, prima al Laboratorio di Neural Microcircuitry dell'Ecole Polytechnique Federale di Losanna, Svizzera, oggi all'Università di Anversa, e a Laura Ballerini dell'Università di Trieste presso il centro BRAIN.
I nanotubi di carbonio hanno capacità di condurre elettricità e i neurologi hanno dimostrato che questi materiali possono formare giunzioni strette, un po' come quelle naturali tra cellule, con le membrane dei neuroni. Questo permette di creare collegamenti neurali artificiali e vere e proprie 'scorciatoie' per il passaggio del segnale nervoso, in grado di aumentare l'eccitabilità neurale. L'idea potrebbe essere sfruttata per creare ponti neurali che bypassino traumi o lesioni e interfaccia cervello-computer per neuroprotesi.

La fitta foresta di neuroni che compone il nostro sistema nervoso è organizzata in modo tale che ciascun neurone, attraverso ramificazioni cellulari molto intricate, prenda contatti con quelli limitrofi. Questo permette di instaurare una comunicazione tra neuroni e tra aree neurali anche distanti tra loro. La comunicazione sfrutta i segnali elettrici: quando la membrana di un neurone si eccita in risposta a un messaggero chimico esterno inviato da altri neuroni, il treno di impulso elettrico si propaga come un'onda da un'estremità all'altra del corpo del neurone fino alla punta dellassone, il braccio principale del neurone, e induce il rilascio di nuovi messaggeri chimici che vanno a eccitare la membrana di altri neuroni. In questo modo l'impulso elettrico viaggia nel cervello. In caso di lesioni, per esempio a seguito di un ictus o di un trauma, il "viaggio" del messaggio neurale può trovare dei "binari morti" e fermarsi.

I nanotubi di carbonio potrebbero essere usati per ripristinare la linea neurale e bypassare zone lesionate. Potrebbero accorciare i collegamenti e quindi accelerare il viaggio dell'impulso elettrico, potenziandone l'effetto. Non solo, anche le interfaccia macchina-cervello cui oggi sono rivolti gli occhi di tanti che, vittime di lesioni, non possono più comandare i muscoli, potrebbero essere costruite utilizzando i nanotubi sull'ultimo tratto di collegamento al cervello, piuttosto che i classici elettrodi in metallo usati oggi.
Il nanotubo in carbonio si adatterebbe molto meglio a questo compito, in quanto si dimostra più capace di connettersi e formare giunzioni più "naturali" con la membrana del neurone.

"I risultati riportati nel nostro lavoro - spiegano gli autori nell'articolo - indicano che i nanotubi potrebbero influenzare l'elaborazione neurale dell'informazione"; aumentando le conoscenze sul funzionamento delle reti ibride neuroni-nanotubi, si potrebbero aprire le porte allo sviluppo di materiali "intelligenti" per la riorganizzazione di sinapsi all'interno di una rete neurale.

(21 dicembre 2008)

16/12/2008

SONNAMBULA SCRIVE DA PC, NASCE 'ZZZ-MAIL'

tratto da: www.ansa.it


» 2008-12-15 16:41
SONNAMBULA SCRIVE DA PC, NASCE 'ZZZ-MAIL'

ROMA - Sono sempre una sorpresa i comportamenti dei sonnambuli. L'ultimo caso, oggetto anche di studio medico, è quello di una donna che mentre dormiva profondamente è riuscita a inviare delle email ad alcuni amici, chiedendogli di portare vino e caviale. I dottori l'hanno classificato come il primo caso finora segnalato di 'zzz-mail', come riporta la rivista 'Sleep medicine'.

Protagonista di questo singolare episodio, riportato dal Daily Mail, è stata una donna di 44 anni, che addormentatasi circa alle 22, si è alzata due ore dopo, camminando fino al computer situato nella stanza accanto. Dopo averlo acceso e connesso a internet, è riuscita a introdurre username e password nel suo profilo, scrivere e inviare ben tre email, anche se composte modo un po' strano. In una ad esempio era scritto "vieni domani e sistema quel diavolo di buco. Cena e drink alle 16. Porta vino e caviale solamente". Un comportamento definito dai ricercatori "insolito" e "complesso, perché richiede una coordinazione dei movimenti finora mai osservata prima nei sonnambuli". La stessa donna è rimasta scioccata dopo aver visto le email spedite, di cui non ricordava niente. Era la prima volta per lei, non avendo mai avuto nell'infanzia episodi di sonnambulismo o incubi notturni. Un'ipotesi avanzata è che a scatenare la 'scrittura notturna' sia stata una prescrizione medica, anche se le cause del fenomeno rimangono tuttora poco chiare.

12/12/2008

"Lo zucchero come una droga"

tratto da repubblica.it

Una ricerca dimostra che assumere il dolcificante in dosi massicce provoca dipendenza
L'esperimento è stato condotto su cavie ma, secondo gli esperti, il meccanismo è identico sull'uomo

"Lo zucchero come una droga"
Crisi d'astinenza per i casi gravi

di SARA FICOCELLI

Altro che semplici golosi: uno studio dell'Università di Princeton, nel New Jersey, dimostra che molti "golosi" sono in realtà tossici perché lo zucchero - a quanto pare - provoca dipendenza. Sembra una curiosità ma questa dei ricercatori di Princeton è una scoperta, importante per il mondo scientifico perché conferma ciò che molte persone a dieta sospettavano da tempo: lo zucchero è una specie di droga.

Secondo il neuroscienziato Bart Hoebel, abbuffarsi di zucchero può infatti avere effetti sul cervello molto simili a quelli provocati da un abuso di sostanze stupefacenti. Il ricercatore ha presentato i risultati della sua analisi al meeting del College americano di Neuropsicofarmacologia a Scottsdale, in Arizona: lo studio è stato svolto utilizzando delle cavie e somministrando loro dosi elevate di acqua zuccherata ogni giorno, dopo che avevano passato la notte a digiuno. Nel giro di tre settimane, gli animali hanno cominciato a dare segni di impazienza e frenesia, mostrando insomma un comportamento simile a quello dei tossicodipendenti in crisi di astinenza. "Rimanevano a lungo desiderosi di ricevere una nuova "dose", erano incontrollabili", ha spiegato Hoebel.

L'esperimento ha mostrato negli animali un aumento nel cervello della dopamina. "E' una sostanza che si trova nel nucleus accumbens, la parte adibita alla motivazione e al meccanismo della ricompensa - ha detto Hoebel - e si sa da tempo che l'abuso di droghe fa aumentare il rilascio di dopamina in questa parte del cervello: in questo caso abbiamo scoperto che lo zucchero agisce allo stesso modo".

In un altro esperimento le cavie, dopo essere state nutrite per un periodo a base di zucchero, sono state costrette a passare alcune settimane senza più riceverne. Quando la sostanza veniva reinserita nell'alimentazione, ne consumavano molta più di prima. A un certo punto gli scienziati hanno deciso di variare sostituendo l'acqua zuccherata con dell'alcol e hanno notato che quelle nutrite con lo zucchero ne bevevano più di quanto avrebbe fatto un topo normale. "Ancora non sappiamo come reagiscono gli esseri umani - ha concluso l'autore dello studio - Ma quel che è certo è che esiste un nesso tra la dipendenza da sostanze stupefacenti e lo sviluppo di un desiderio morboso di dolcificante".

Secondo il professor Pierfranco Spano, docente di farmacologia e tossicologia presso l'Università degli Studi di Brescia, è comunque plausibile che lo zucchero provochi dipendenza anche su di noi. "I cosiddetti sistemi di ricompensa che abbiamo nel cervello, dalla medicina anglosassone definiti "rewarding system", mediano gli effetti di tutte le sostanze da abuso. Esiste cioè una partecipazione di sistemi cerebrali in cui la master key è la dopamina. Si tratta in genere di comportamenti appetitivi che partono dal masencefalo e arrivano nel nucleus accumbens, una parte del cervello a sua volta suddivisa in due zone, la cosiddetta "shell". Questa "conchiglia" si accende in caso di desiderio o di previsione di ricompensa". Il professore precisa anche che in campo scientifico esistono i cosiddetti "gradini di rigore dimostrativo": a volte cioè vengono fatte delle scoperte fondamentali e in un secondo momento vengono costruite le teorie, in modo tale che, come diceva Popper, la prova non possa essere confutata. A questa scoperta, insomma, manca una teoria di supporto, ma il primo passo è stato fatto e si tratta di un gradino importante. "I geni e lo sviluppo postnatale - conclude Spano - indirizzano a lungo andare le persone verso alcol, zucchero o cocaina. La "scelta" dell'oggetto della dipendenza viene fatta in base all'esperienza e alla predisposizione personale: ed è su questo fronte che la scienza sta maggiormente indagando".

Sembra comunque che affinché il meccanismo di dipendenza si attivi sia necessario assumere dosi massicce di zuccheri. Dunque non preoccupatevi se amate il dessert di fine pasto, non andrete in crisi d'astinenza. Anzi, gli esperti consigliano di non rinunciare affatto ad alcuni prodotti dolciari, che oltre che dare energia fanno bene alla salute. Secondo una ricerca dei laboratori di ricerca dell'Università Cattolica di Campobasso in collaborazione con l'Istituto dei Tumori di Milano, 6,7 grammi di cioccolato al giorno rappresentano infatti la quantità ideale per proteggerci da infiammazioni e malattie cardiovascolari. E sempre un'altra ricerca nostrana, condotta quest'anno dall'Istituto di Neuroscienze del CNR di Cagliari, si è concentrata su "cioccolismo" (dall'inglese chocoholism), ovvero la dipendenza da cioccolato. "Anche se poco conosciuto - ha spiegato Giancarlo Colombo, ricercatore In-Cnr - si tratta di un fenomeno di dimensioni sorprendentemente ampie nei paesi occidentali. Fonti americane indicano che ad essere colpite maggiormente sono le donne, nella misura del 40%, mentre la popolazione maschile è coinvolta per il 15%".

La scoperta di Hoebel rappresenta dunque la quadratura del cerchio di tutta una serie di studi e potrebbe avere risvolti importanti per le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare, come binge eating (crisi da alimentazione incontrollata) o bulimia.

(11 dicembre 2008)

02/12/2008

I PISOLINI RAFFORZANO LA MEMORIA

tratto da: www.ansa.it 

» 2008-12-01 21:12

I PISOLINI RAFFORZANO LA MEMORIA

 

WASHINGTON - Avanti tutta con i pisolini pomeridiani: solo 12 minuti o una ora e mezza con gli occhi chiusi nel pomeriggio possono fare miracoli per rafforzare la memoria e 'sedimentare' nozioni appena apprese mentre al contrario, la mancanza di un sonno continuato la notte affligge pesantemente le capacità mnemoniche. Lo rivela uno studio Usa realizzato dal neuroscienziato William Fishbein della 'City university' di New York che ha sottoposto a test sugli effetti della 'penichella' pomeridiana più di 20 studenti universitari di lingua inglese.

Ai giovani, prima del riposino, sono state insegnate parole in cinese, una lingua di cui non sapevano assolutamente nulla: subito dopo la metà dei volontari ha fatto un pisolino di 90 minuti mentre l'altra metà no.

Lo stesso pomeriggio, gli scienziati hanno sottoposto tutti gli studenti coinvolti a test e quiz su altre parole cinesi mai viste prima e la differenza nell'apprendimento dei ragazzi è apparsa evidente.

 I giovani reduci dalla dormitina hanno mostrato di intuire la composizione in sillabe e persino l'origine semantica delle nuove parole cinesi nonché di riuscire a collegarle a quanto imparato prima molto meglio dei ragazzi che erano rimasti svegli.

"In pratica chi aveva fatto un riposino ha capito subito il senso dei quiz mentre per gli altri la memoria faceva cilecca", ha osservato Fishbein. Secondo lo studioso ciò che conta nel rafforzare le memorie è la fase del sonno chiamata 'ad onda lenta' che si raggiunge velocemente una volta chiusi gli occhi in quanto precede la fase Rem in cui si manifestano i sogni.

06/11/2008

RIVOLUZIONE CURA SLA

tratto da: www.ansa.it 

 2008-11-06 08:14

STUDIO ITALIANO APRE RIVOLUZIONE CURA SLA

 di Enrica Battifoglia

 

ROMA - Riconoscere la Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) prima che serva la sedia a rotelle: puo' diventare possibile grazie allo studio italiano che e' riuscito a identificare nei muscoli il nuovo bersaglio per diagnosi e cure. ''Cambia il modo di vedere la malattia'', osserva Antonio Musaro', dell'universita' di Roma Sapienza, che con il suo gruppo ha pubblicato la ricerca sulla rivista Cell Metabolism.

Lo studio, finanziato da Telethon e Associazione statunitense per la lotta alla distrofia muscolare (Mda), promette di avviare una rivoluzione nella diagnosi e nella cura di questa malattia, che solo in Italia colpisce circa 5.000 persone e nella quale i muscoli si atrofizzano completamente nel giro di pochissimi anni per mancanza di nutrimento a causa di un difetto genetico.

 - GENE DIFETTOSO: si calcola che circa il 10% dei pazienti abbia una forma ereditaria della malattia e che il 20% di questi abbia un difetto dovuto all'alterazione del gene che produce la superossido dismutasi (Sod1), un potente antiossidante che pulisce le cellule dai radicali liberi. In condizioni normali Sod1 funziona come uno ''spazzino'', eliminando i radicali liberi dalle cellule, ma quanto muta ha un effetto tossico perche' lascia accumulare i radicali liberi nelle cellule, provocando infiammazioni. Questo difetto e' presente nei muscoli scheletrici del 10% delle persone con la malattia.

- NUOVO BERSAGLIO: ''Ci siamo chiesti, allora, se il muscolo scheletrico era il principale bersaglio della mutazione. Finora - spiega il ricercatore - il dogma diceva di no''. Ma l'esperimento condotto dal gruppo di Musaro' ha dimostrato il contrario. Fino ad oggi si credeva che la malattia partisse dall' alterazione del gene Sod1 nei neuroni che controllano il movimento (motoneuroni), ma l'esperimento condotto da Musaro' dimostra per la prima volta che le cose stanno diversamente.

- L'ESPERIMENTO: nel laboratorio del dipartimento di Istologia ed embriologia medica della Sapienza i ricercatori hanno generato un topo modificato nel quale gli effetti del gene mutato compaiono solo nei muscoli volontari e non nei motoneuroni. Nella cavia i muscoli si sono atrofizzati progressivamente, senza la degenerazione dei motoneuroni.

- SI GUARDA MALATTIA IN MODO NUOVO: ''E' cambiato il modo di vedere la malattia'', osserva Musaro'. ''Finora - spiega - molte conoscenze erano limitate al comportamento dei motoneuroni, ma adesso e' chiaro che la presenza di una modificazione presente solo in queste cellule nervose non induce la malattia''. L'alterazione dei motoneuroni diventa quindi ''uno dei tanti fattori, ma non quello determinante''. Adesso e' chiaro che ''la sclerosi laterale amiotrofica e' una malattia multisistemica - prosegue - e diventa possibile un nuovo approccio terapeutico che abbia come bersaglio principale il muscolo''.

- DIAGNOSI PRECOCE: le alterazioni muscolari precedono infatti quelle dei motoneuroni. Di conseguenza si apre anche una strada alla diagnosi precoce della malattia: ''il paziente puo' ricevere la diagnosi quando non e' ancora sulla sedia a rotelle''. Si aprono anche nuove prospettive per strategie di cura piu' appropriate.

04/11/2008

Fare sesso per avere sonni d'oro

....lo avevo sempre sospettato!!!!!

tratto da: www.repubblica.it

Congresso in Germania dei medici della Sleep Society
Che ammoniscono: "Dormire poco non è certo un vanto"

Gli esperti ai forzati della veglia
"Fare sesso per avere sonni d'oro"

 .
ROMA - Fare sesso fa bene alla salute. Ormai la scienza ha certificato quello che il buon senso popolare ha sempre saputo. Così come ora ha sottoscritto un altro luogo comune: una buona dose di sesso prima di addormentarsi regala sogni d'oro e notti tranquille. Altro che camomilla e tranquillanti, secondo gli esperti tedeschi di medicina del sonno della German Sleep Society (Dgsm), riuniti a Kassel, in Germania, per la loro convention annuale, fare all'amore è l'unica attività che impegna il fisico ma che al contempo lo distende e aiuta a scivolare senza problemi fra le braccia di Morfeo.

Gli specialisti a congresso confermano le virtù benefiche di un sonno sano sulla salute dell'intero organismo, e bacchettano senza mezzi termini i 'forzati della veglia': dormire poco non è certo un vanto, avvertono i medici. Per assicurarsi notti ristoratrici, gli esperti della Dgsm promuovono stili di vita positivi, come dieta sana ed esercizio fisico costante. Ma attenzione: niente attività sportive serali: "Determinano il rilascio di ormoni stimolanti", spiegano gli esperti, che mantengono il corpo attivo e il cervello sveglio, complicando e ritardando l'addormentamento. Fa eccezione il sesso. Inoltre dormire bene previene molte malattie, ribadiscono gli specialisti, preoccupati per l'abitudine sempre più diffusa di 'risparmiare' sul sonno.

Complici i ritmi frenetici della vita moderna - ricordano - nel mondo industrializzato il tempo dedicato ai sogni si è ridotto progressivamente di un'ora e mezza. Tanto che un tedesco medio dorme oggi circa 7 ore. Anche se il fabbisogno di sonno è soggettivo e non esiste una formula ideale, ammettono gli specialisti.


La moda di ridurre al minimo le ore di sonno viene da lontano. "Quattro ore di sonno per gli uomini, 5 per le donne e 6 per gli idioti", era la ricetta di Napoleone Bonaparte. Oppure c'è la regola del tre di Berlusconi: "Dormo tre ore, poi ho ancora energia per fare l'amore per altre tre", ha detto di recente il premier ospite di una discoteca milanese. Ma gli esperti ammoniscono: "Chi cerca di impressionare gli altri dormendo 'quanto basta' si muove su un terreno molto pericoloso".

Che siano le 8 ore 'prescritte' dalla saggezza popolare, oppure le 9 ore o forse più predicate da attrici e modelle che fanno della buonanotte una cura di bellezza, "ognuno ha bisogno di dormire - assicurano i medici della Dgsm - E non esiste alcuna prova che certe persone riescano ad 'allenare' il proprio organismo abituandolo nel tempo a farsi bastare il minino sonno indispensabile", precisano gli scienziati.

Se inizialmente si pensava che il sonno disturbato fosse causato da alcune condizioni patologiche, aggiungono, oggi il rapporto causa-effetto si è invertito ed è stato dimostrato che alcune malattie sono scatenate proprio dall'insonnia cronica. "Problemi cardiaci o cardiocircolatori", per esempio, "possono precipitare nei pazienti che dormono male per un lungo periodo". Si è stabilita inoltre una significativa correlazione fra disturbi del sonno e patologie come demenza o Parkinson.

Secondo uno studio, in particolare, "il 69% dei malati di Parkinson ha sofferto di problemi di sonno nei decenni precedenti. Disturbi che a volte erano iniziati già nell'infanzia". Secondo le ricerche, infatti, "circa il 40% dei bimbi piccoli ha un sonno problematico" possibile 'anticamera' di "disturbi mentali, paure, depressione o iperattività".

E "più o meno un terzo dei pre-adolescenti e degli adolescenti, con punte ancore più alte in Giappone, sperimenta attacchi di sonno durante il giorno" dormendo male di notte. Per migliorare il sonno dei più piccoli, gli specialisti suggeriscono di limitare al massimo il 'consumo' di pc e tv, perché "basta un'ora al giorno davanti a computer e televisione per compromettere il riposo". Ma oltre alla quantità del tempo trascorso davanti a uno schermo, conta anche la qualità di ciò che si guarda: "Certi show o videogame possono provocare degli incubi", chiudono i medici evidentemente più favorevoli a ben altre visioni.

(3 novembre 2008)

30/10/2008

CERVELLO, SCOPERTE AREE DOVE NASCE ODIO

tratto da: www.ansa.it

CERVELLO, SCOPERTE AREE DOVE NASCE ODIO

 

ROMA  - Che ci piaccia o no, l'odio è un sentimento tipico della natura umana che affonda le proprie radici nel profondo del nostro cervello: ora sono stati mappati i 'centri dell'odio', diverse regioni neurali non solo della sub-corteccia, sede più primitiva ed istintiva dell'emotività, ma anche della corteccia, fulcro di pensiero, ragione, azione. Resa nota sulla rivista PLoS One, la mappatura dei 'circuiti dell'odio' è stata eseguita per la prima volta da Semir Zeki e John Romaya del Wellcome Laboratory of Neurobiology presso la University College Londra. Si tratta degli stessi ricercatori che avevano individuato il 'nido' neurale dell'amore romantico in un precedente studio.

I circuiti neurali dell'odio si accendono quando proviamo questo sentimento per qualcuno o qualcosa e si attivano tanto più intensamente quanto più forte è il sentimento d'odio provato, ha spiegato Zeki, che adesso si accinge a studiare l'odio verso gruppi di persone (ad esempio l'odio razziale, politico o di genere). I neurologi hanno esaminato con la risonanza magnetica l'attività cerebrale di volontari nell'atto di osservare in fotografia una persona da loro odiata.

Alla vista dell'oggetto del proprio odio, nel loro cervello si 'accendono' le aree putamen e insula, implicati l'uno nel senso del disgusto e del disprezzo, l'altra nell'elaborazione dei diversi stati emotivi. Inoltre, e a differenza dell'amore romantico, il sentimento d'odio innesca anche l'attività di centri della corteccia, sede del pensiero razionale, del controllo dei movimenti, della pianificazione, mentre l'amore romantico è molto più irrazionale e l'innamorato che lo provi presenta deattivazione di queste regioni corticali. Infine, poiché l'attivazione dei centri dell'odio è tanto più intensa quanto maggiore è l'odio che i volontari dichiaravano di provare per le persone in foto, secondo Zeki l'uso della risonanza potrebbe essere utile in ambito forense per la risoluzione di casi criminali.