18/05/2009

continuare a lavorare è la cura più certa contro la demenza senile

tratto da: www.repubblica.it

Alzheimer: continuare a lavorare è la cura più certa contro la demenza senile. Ogni anno di lavoro, due mesi di prolungata salute mentale.

Lavorare fino a tarda età, se possibile lavorare sempre: è la cura più garantita contro l’avanzamento del morbo di Alzehimer, più volgarmente detto demenza senile. In altre parole, chi si illude che smettere di lavorare presto faccia bene alla salute sbaglia. Smetti, ti riposi ma perdi più velocemente le facoltà mentali: siamo prigionieri di un ingranaggio senza vie d’uscita.
La correlazione tra lavoro e salute mentale è stata stabilita da una equipe di medici e scienziati inglesi, dell’Università di Cardiff e dell’istituto di psichiatria del King’s College di Londra che hanno esaminato la storia e l’evoluzione in vecchiaia di 382 uomini (chissà perché solo uomini e non donne, questo lo studio non lo spiega). Hanno anche trovato una formula quasi matematica: un anno di lavoro in più, due mesi di Alzheimer in meno.
Che tenere la mente attiva aiuti lo si è sempre saputo, sulla base dell’esperienza diretta di ciascuno. Lo studio inglese ha riscontrato però sul piano statistico un’altra verità: che non è una questione di classe o censo. Il ritardo del declino cerebrale non dipende né dall’educazione né dal tipo di lavoro.
La demenza senile supera tutte le barriere: per combatterla bisogna essere attivi, possibilmente continuando nell’attività svolta tutta la vita.
La ricerca è stata molto attenta e estesa. Gli studiosi inglesi hanno cominciato analizzando il database del Medical Research Council e della fondazione per le ricerche sull’Alzheimer, incrociando poi le date di pensionamento con quelle della prima apparizione del male.

Le conclusioni dello studio sono state pubblicate dall’ultimo numero, appena stampato, dell’ International Journal of Geriatric Psychiatry.
Le conclusioni del team inglese portano un aiuto indiretto anche al Governo britannico, un cui organismo , l’Istituto nazionale per le ricerche economiche e sociali ha di recente auspicato che l’età di pensionamento, nell’arco dei prossimi dieci anni, venga innalzata a 70 anni, per mitigare l’impatto sui conti pubblici.

SCOPERTI I GENI CHE FANNO 'SBOCCIARE' LE DONNE

tratto da: www.ansa.it

 

2009-05-17 19:44

SCOPERTI I GENI CHE FANNO 'SBOCCIARE' LE DONNE

 

ROMA  - Spuntano i seni, si disegnano le forme, ed arriva il primo ciclo mestruale coi suoi fastidi e il suo messaggio: 'sei diventata donna'. L'età in cui inizia la vita riproduttiva di una donna non è casuale ma, almeno in parte, è scritta nel Dna e adesso ben cinque distinti lavori, pubblicati tutti sulla rivista Nature Genetics della prossima settimana, hanno ricostruito la 'mappa' dei geni che scandiscono l'età del menarca e quella della menopausa. A scoprirli sono stati i 'guru' della genetica del centro deCODE genetics in Islanda diretti da Kari Stefansson, che hanno ricollegato alcune sequenze sul cromosoma sei alla variabilità individuale di alcuni mesi nell'età del menarca; indipendentemente, esperti del britannico Medical Research Council (MRC) Epidemiology Unit di Cambridge, hanno scoperto sempre sul cromosoma 6 un gene, LIN28B, importante per l'ingresso nella pubertà. E un altro lavoro, svolto invece presso l'istituto olandese Erasmo da Rotterdam, ha trovato i geni che segnano l'età della menopausa.

L'età in cui si diventa 'signorine' è ampiamente variabile e dipende da molti fattori, tra cui alcuni ambientali come l'alimentazione o anche il regime di attività fisica svolto. Ma dipende anche da fattori genetici, e precedenti studi su gemelle avevano permesso di stimare che dal 44 al 95% della variabilità individuale nell'età del menarca è ereditaria. Ciò nondimeno, sequenze genetiche che influenzano il tempo della pubertà finora non erano state rintracciate. Tutti i gruppi di ricerca cui si devono le rispettive pubblicazioni sulla rivista scientifica britannica hanno svolto la propria indagine allo stesso modo: hanno considerato un diverso campione di migliaia di donne ciascuno, e confrontato il Dna delle donne con l'età del menarca e della menopausa. In tutti i casi è emerso il coinvolgimento di sequenze genetiche poste sul cromosoma 6, un'altra sequenza sul cromosoma 9. Sul cromosoma 6 è stato localizzato un gene specifico, LIN28B, i cui differenti alleli (forme diverse in cui può presentarsi lo stesso gene) sono responsabili di una variabilità di circa tre mesi nell'età del menarca.

Tutte le sequenze legate all'età del menarca da sole sono responsabili di una variazione piccola di pochi mesi, ma nell'insieme il loro assortimento nel Dna di una bambina fa una differenza sostanziale sull'età in cui le arriva il primo ciclo. Nello studio in cui ci si è occupati anche dell'età della menopausa, sono state isolate sequenze genetiche sui cromosomi 5, 19 e 20 tutte importanti nello scandire il tempo in cui finisce la vita riproduttiva. Si tratta, affermano gli esperti, di una scoperta significativa in quanto l'età del menarca e quella della menopausa sono legate, come è noto da precedenti studi, ad un differente rischio per varie malattie come obesità, diabete, cancro al seno e alle ovaie, osteoporosi. Inoltre, i geni della pubertà trovati sul cromosoma sei in precedenti studi erano stati associati alla variabilità della statura. Tutto quadra, concludono i genetisti: infatti, di solito, le ragazze che hanno presto la prima mestruazione restano più basse di quelle che 'si sviluppano' quando sono un po' più grandi, segno che il gene dell'età del menarca segna anche lo stop alla crescita in altezza.

23/03/2009

PORTA SEGRETA CERVELLO FA ENTRARE SCLEROSI MULTIPLA

tratto da: www.ansa.it

 

» 2009-03-23 09:53

PORTA SEGRETA CERVELLO FA ENTRARE SCLEROSI MULTIPLA

di Enrica Battifoglia

ROMA - Una porta d'accesso al cervello finora considerata secondaria è in realtà il passaggio segreto che apre la via alla sclerosi multipla e molto probabilmente ad altre malattie autoimmuni, nelle quali il sistema immunitario aggredisce l'organismo al quale appartiene. La scoperta, che potrebbe aprire la strada a nuove vie per la terapia, è pubblicata sulla rivista Nature Immunology ed è firmata quasi interamente da italiani. Due degli autori fanno parte della classifica dei 20 immunologi più citati al mondo: sono la coordinatrice della ricerca, Federica Sallusto, che lavora in Svizzera presso l'Istituto di Ricerca in Biomedicina (Irb) di Bellinzona, e Antonio Lanzavecchia, direttore dell'Irb. Tra gli altri autori ci sono Andrea Reboldi, dottorando presso l'Irb, e Antonio Uccelli, che nell'università di Genova ha dimostrato che il meccanismo osservato nei topi ha un corrispettivo nell'uomo. La ricerca è stata realizzata anche grazie al finanziamento della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (Fism).

- INVASIONE IN DUE TEMPI: ad aprire la strada alla sclerosi multipla e probabilmente a malattie simili è una staffetta di cellule immunitarie. In un primo momento, attraverso un passaggio segreto penetra nel cervello una prima ondata di cellule, i linfociti T che producono l'interleuchina 17 (Th-17), scoperti appena tre anni fa. I linfociti Th-17 si legano quindi al loro recettore (Ccr6) e aprono la strada ad una seconda ondata di cellule Th-17, che questa volta entrano dalla porta principale, la barriera emato-encefalica.

- IL PASSAGGIO SEGRETO: è il plesso corioideo, la matassa di vasi sanguigni nella quale viene prodotto il liquido spinale. La sua esistenza era nota, spiegano gli autori della ricerca, ma era considerata una "porta di servizio", secondaria rispetto al portone principale, la barriera emato-encefalica. "Invece è un passaggio segreto molto importante", osservano Sallusto e Lanzavecchia. E' da lì che entrano le prime cellule sabotatrici che scatenano la malattia.

- ARMA CONTRO SCLEROSI MULTIPLA: per ora si intravede un'idea: "bloccare il recettore Ccr6 che fa insediare nel cervello la prima ondata di cellule immunitarie, ossia bloccare la prima ondata per bloccare la malattia", spiega Lanzavecchia. Per Sallusto "le ricadute saranno importanti per la sclerosi multipla" perché bloccare la prima ondata di cellule potrebbe avere un effetto terapeutico: è una strada da esplorare, anche perché il Ccr6 è un bersaglio relativamente semplice" e sono già noti anticorpi e alcune molecole in grado di bloccarlo.

- ALTRE MALATTIE NEL MIRINO: per Sallusto lo stesso meccanismo potrebbe essere coinvolto in altre malattie autoimmuni, come l'artrite reumatoide, e nelle infiammazioni.

- LE RONDE DEL CERVELLO: a usare il passaggio segreto potrebbero essere, oltre alle cellule "cattive", anche cellule immunitarie utili, come quelle che compongono le "ronde" che pattugliano l'organismo in cerca di tumori e infezioni. Questo fenomeno, chiamato immunosorveglianza, è noto in alcuni organi e ci sono buone possibilità che potrebbe essere attivo anche nel cervello.

 

 

03/02/2009

DALL'ITALIA IL PRIMO MOTORE A BATTERI

tratto da: www.ansa.it

 2009-02-02 20:05

DALL'ITALIA IL PRIMO MOTORE A BATTERI
di Enrica Battifoglia

ROMA - Sta nascendo in Italia il primo motore alimentato dal movimento dei batteri. E' un motore minuscolo, delle dimensioni di qualche decina di millesimi di millimetro (micron), nel quale minuscole rotelle dentate e asimmetriche, simili a stelle irregolari, sono immerse in una soluzione popolata da batteri: il risultato, tanto sorprendente quanto difficile da raggiungere, è che il movimento caotico e disordinato dei batteri fa ruotare le nano-rotelle in modo perfettamente regolare e ordinato.

La fattibilità del nanomotore a batteri è dimostrata, nella rivista scientifica internazionale Physical Review Letters, da Luca Angelani, del laboratorio di Meccanica Statistica e Complessità (Smc) dell'Istituto Nazionale di Fisica della Materia del COnsiglio Nazionale delle Ricerche (Infm-Cnr), e da Roberto Di Leonardo e Giancarlo Ruocco, del laboratorio Soft dell'Infm-Cnr. "Quella che abbiamo appena pubblicato è una simulazione numerica, ma stiamo già lavorando alla realizzazione pratica del motore a batteri", ha detto Ruocco, direttore del dipartimento di Fisica dell'università di Roma La Sapienza. Alla realizzazione del primo dispositivo al mondo azionato da batteri per produrre energia a basso costo, i fisici romani stanno collaborando con Enzo di Fabrizio, dell' università di Catanzaro.

 "Generare energia a livello del micron non è affatto banale perché nel mondo microscopico i rapporti di forza vengono completamente ribaltati", rileva Di Leonardo. "Perciò spostarsi su quelle scale richiede strategie diverse e molto più complesse". Per trovare la soluzione il gruppo italiano ha seguito una doppia strategia: da un lato ha studiato i meccanismi fisici che regolano la propulsione degli organismi viventi, dall'altro ha studiato le caratteristiche dei sistemi fuori dall'equilibrio alla luce della meccanica statistica.

 "Il problema - spiega Di Leonardo - era convincere questi motorini a mettersi d'accordo per spingere un oggetto di qualche micron in un movimento definito". La soluzione è stata progettare nano-rotelle assolutamente asimmetriche, con denti di lunghezze diverse ma orientati nella stessa direzione. Sono di plastica e hanno un diametro di 40-50 micron. Difficile anticipare le possibili applicazioni. Certamente si apre una strada completamente nuova verso la meccanica miniaturizzata. Di certo i motori azionati dai batteri, ipotizzati nel 2006 da ricercatori giapponesi, non sono più una curiosità scientifica e diventano una realtà.

30/01/2009

MIDOLLO, TRAPIANTO FRENA DECORSO SCLEROSI MULTIPLA

tratto da: www.ansa.it

» 2009-01-30 08:00

MIDOLLO, TRAPIANTO FRENA DECORSO SCLEROSI MULTIPLA

 

ROMA  - I pazienti con sclerosi multipla possono beneficiare di un autotrapianto di cellule staminali dal midollo osseo: la loro malattia sembra progredire più lentamente o addirittura i sintomi in parte sembrano regredire in seguito al trapianto. Lo dimostra uno studio clinico di fase I/II su 21 pazienti riportato in un articolo che sarà pubblicato online sul numero di marzo di Lancet Neurology e che è stato reso noto da un comunicato diffuso dalla rivista britannica. La sclerosi multipla è una malattia autoimmune in cui le cellule immunitarie del paziente, le sue difese naturali, 'impazziscono' e cominciano ad attaccare le fibre nervose. Non ci sono terapie risolutive e la malattia peggiora col tempo man mano che il danno alle fibre aumenta. I farmaci usati per rallentare il decorso sono gli immunosoppressori ma spesso cessano di funzionare. Un'alternativa potrebbe essere proprio il trapianto di staminali da midollo: prima si elimina il sistema immunitario compromesso del paziente (come si fa per esempio per la cura di tumori del sangue) poi si ripristina la funzione immunitaria con un trapianto di staminali del midollo osseo del paziente. Le staminali servono a ricostruire un 'nuovo' sistema immunitario 'tollerante' verso il proprio corpo (com'é normalmente negli individui sani) e che non attacchi le fibre nervose. Nei 21 pazienti, tutti giovani e con cinque anni di malattia alle spalle e un livello di disabilità non ancora elevato, il trapianto ha funzionato e in alcuni casi non solo ha rallentato il progredire della malattia ma ha anche migliorato la stessa, permettendo in parte di invertire i sintomi.

21/01/2009

MICROROBOT CHIRURGO NUOTERA' NELLE ARTERIE

tratto da: www.ansa.it


» 2009-01-20 09:41
MICROROBOT CHIRURGO NUOTERA' NELLE ARTERIE


ROMA - E' stato costruito il primo robot chirurgo così piccolo e nello stesso tempo così potente da nuotare controcorrente all'interno dei vasi sanguigni. E' spinto da un minuscolo motore che funziona con la piezoelettricità, come i comuni accendigas da cucina e gli orologi al quarzo. Di microrobot progettati per entrare nel corpo umano si parla da tempo, ma finora non si era mai riusciti a costruire motori in miniatura e nello stesso tempo abbastanza potenti da compiere lunghi viaggi all'interno del corpo umano.

A superare l'ostacolo e a costruire il primo motore capace di nuotare all'interno delle arterie è stato il gruppo di James Friend, del laboratorio di Ricerca in Micro e nanofisica dell'australiana Monash University di Melbourne. Il microrobot e il suo minuscolo motore sono descritti sul Journal of Micromechanics and Microengineering. "Abbiamo un motore in grado di nuotare e speriamo di liberarlo entro quest'anno", afferma Friend, consapevole che il micromotore alimentato come un accendigas potrebbe essere il primo passo verso una chirurgia di nuova generazione, ancora meno invasiva e più precisa di quella esistente.

Il microrobot chirurgo sembra infatti lo strumento ideale per fare interventi di altissima precisione. La chirurgia mini-invasiva utilizzata attualmente nelle sale operatorie ha permesso di compiere progressi notevoli: con piccole incisioni invece che tagli di grandi dimensioni e con l'aiuto di cateteri e sondini la chirurgia diventa più dolce. Ci sono però limiti che non sono stati ancora superati, come la necessità di muoversi all'interno di arterie molto strette senza danneggiarle. Inoltre i cateteri attuali sono troppo poco mobili per riuscire a raggiungere punti delicati e critici come le arterie cerebrali danneggiate da un ictus.

I motori, spiega Friend, sono finora rimasti indietro lungo la strada della miniaturizzazione per la difficoltà di conciliare le piccolissime dimensione con la potenza necessaria per nuotare controcorrente nel circolo sanguigno. Il gruppo australiano ha puntato sulla piezoelettricità come fonte di energia ottimale per i micromotori. La piezoelettricità è una proprietà di alcuni cristalli di generare una differenza di potenziale elettrico in risposta ad uno stress meccanico. Questa forma di energia è, secondo gli esperti australiani, l'unica capace di conservare la stessa intensità anche in oggetti di piccole dimensioni, come dimostra il micromotore messo a punto in oltre due anni di ricerca. Il dispositivo, di appena un quarto di millimetro, ha la forma di un bastoncello.

Nella simulazione grafica pubblicata dalla stessa università, il microrobot viene iniettato nell'arteria femorale e, una volta all'interno del circolo sanguigno, viene liberato dal catetere e spinto dal motorino piezoelettrico che lo accompagna. Da questo momento in poi il microrobot chirurgo nuota in modo autonomo grazie a una coda lunga e sottile che si muove come un'elica e agisce come un propulsore. La telecamera che si trova all'estremità anteriore permette di osservare l'interno dei vasi sanguigni al chirurgo che controlla il dispositivo e che ne guida gli strumenti una volta raggiunta la zona da operare. Il gruppo australiano, che si sente ormai pronto a sperimentare il micromotore "sul campo", sta ora perfezionando il metodo di assemblaggio e il dispositivo meccanico che ne determina il tipo di movimento.

* * * * * * * *

...aggiungerei che la microghirurgia, oltre ad essere più dolce, soprattutto riduce notevolmente il rischio di infezioni

AxS

14/01/2009

Belle, sexy e anche più infedeli. "Dipende da un solo ormone"

 MA PENSA UN PO'....

.tratto da: www.repubblica .it 

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Belle, sexy e anche più infedeli
"Dipende da un solo ormone"

Una ricerca texana ha analizzato i livelli di estradiolo di 52 donne tra i 18 e i 30 anni. Se sono alti, l'appagamento diventa difficile. Ma la sessuloga: "I comportamenti sono indotti dall'ambiente" di BENEDETTA PERILLI


L'HANNO chiamato l'ormone Marilyn Monroe perché, secondo gli scienziati dell'Università del Texas, sarebbe responsabile di alcune caratteristiche fisiche e comportamentali molto simili a quelle della bionda icona americana. L'ormone in questione è l'estradiolo e, se prodotto in alte quantità dal corpo femminile, contribuirebbe a rendere le donne più belle, più sexy e, di contro, anche più infedeli. Ecco una bella ricerca fatta apposta per stimolare i peggiori preconcetti dei maschi. Anzi, ne suggeriamo uno proprio sull'altro sesso.

Ma parliamo dello studio. Condotto da un team di ricercatori dell'Università del Texas di Austin e diretto da Kristina Durante, ha analizzato i livelli ormonali di 52 donne tra i 18 e i 30 anni tramite il prelievo di un tampone salivare. Successivamente alle donne è stato somministrato un test nel quale veniva chiesto di dare un voto alla percezione di sensualità di se stesse, a quella che gli altri avevano di loro, alla loro motivazione sessuale e ai loro comportamenti all'interno della coppia. Parallelamente allo studio scientifico, i cui risultati sono stati pubblicati sul numero di gennaio della rivista Royal Society Journal Biology Letters, le donne sono state fotografate e le immagini sono state sottoposte al giudizio di volontari di sesso maschile.

"Le donne con i livelli più alti di estradiolo sono state giudicate molto più attraenti dal punto di vista fisico sia da loro stesse che dagli altri - così Kristina Durante - hanno inoltre dichiarato di passare da un uomo a un altro con maggiore facilità delle altre. Anche in presenza di una relazione fissa".

Lo studio ha fatto emergere che donne con maggiori percentuali di estradiolo non trovano facile appagamento nelle loro storie a lungo termine e non disdegnano di diventare le prede di altri uomini, presumibilmente più attraenti.

Il coinvolgimento attivo degli estrogeni nel comportamento femminile non è una scoperta nuova e studi precedenti avevano già dimostrato la connessione tra picchi ormonali e scelta di un abbigliamento provocante, o adozione di atteggiamenti pericolosi o sessualmente a rischio.

Tra gli estrogeni femminili l'estradiolo, quando presente in tassi elevati, sarebbe dunque il principale responsabile di alcuni comportamenti lascivi e, sempre secondo Kristina Durante, "porterebbe le donne a flirtare con molti uomini, e a tradire il partner quando capita 'a tiro' qualche uomo che suggerisce loro messaggi di maggiore mascolinità".

Sul rapporto tra ormoni e comportamento femminile Emmanuele Jannini, docente di sessuologia medica dell'Università dell'Aquila, spiega: "Sicuramente la sessualità femminile e i sentimenti della donna sono ormonodipendenti. Basti pensare che nell'80% dei casi gli omicidi per mano di donne avvengono nella loro fase premestruale o che nella fase dell'ovulazione, durante la quale c'è un picco nella produzione di estrogeni, le donne hanno una maggiore tendenza ai rapporti sessuali. È difficile però ricondurre tutto al livello di un solo ormone dato che la sessualità delle donne dipende dagli ormoni in maniera ciclante e molto complessa".

Lo stesso ormone sarebbe responsabile anche della tipica forma a clessidra di alcune donne, oltre che di una perfetta simmetria del volto e di seni abbondanti.

Ma attenzione: secondo Alessandra Graziottin, responsabile del centro di ginecologia del San Raffaele Resnati di Milano, lo studio condotto dall'Università del Texas sarebbe falso: "L'equazione più ormoni più partner che emerge dalla studio è sbagliata. Il livello di estrogeni, che in ciascuna donna è geneticamente programmato, è correlato alla femminilità esaltandone l'attrazione rendendo il corpo più femminile e quindi più predisposto alla riproduzione".

Ma per quanto riguarda la fedeltà, non è tutta colpa dell'estradiolo. Sbagliato dunque prendere l'ormone come alibi per i propri comportamenti. "Gli atteggiamenti libertini - aggiunge Alessandra Graziottin - non dipendono dagli estrogeni ma sono indotti dall'ambiente in cui cresciamo".

Dello stesso parere anche Andrea Lenzi, ordinario di endocrinologia presso l'Università La Sapienza di Roma: "Quello emerso non è un dato scientifico ma sociologico. Gli ormoni hanno una certa rilevanza nel comportamento umano ma un dato in cui si deva ad un solo ormone il condizionamento di alcuni comportamenti sociali non è attendibile".

(14 gennaio 2009)

08/01/2009

Pesci, memoria da elefanti. "Ricordano fino a 5 mesi"

tratto da: www.repubblica.it

Pesci, memoria da elefanti
"Ricordano fino a 5 mesi"

Studio israeliano ribalta le credenze suglle capacità mnemoniche degli animali marini. "Potremo creare allevamenti in acqua aperta, a costi inferiori e con vantaggi per l'ambiente" di MARCO PASQUA


 
NON sarà una memoria da elefanti, ma sicuramente non dura pochi secondi. E' una ricerca di un'università israeliana a sfatare la credenza popolare secondo la quale la memoria dei pesci duri solo una manciata di secondi. Gli scienziati dell'Institute of Technology Technion, di Haifa, hanno, infatti, dimostrato, con un semplice esperimento, che questa può arrivare sino a cinque mesi. Una ricerca che offre anche importanti prospettive relative ad una nuova modalità di allevamento per questo genere di vertebrati.

I ricercatori israeliani hanno preso un gruppo di pesci e li hanno allenati, all'interno della loro struttura, ad associare uno specifico suono al momento in cui ricevono il mangime. Dopo circa un mese di training, li hanno rilasciati in mare aperto. Passati altri quattro mesi, agli stessi pesci è stato fatto risentire il suono associato al cibo: con grande stupore degli scienziati, tutti gli esemplari hanno fatto ritorno nel punto in cui avrebbero ricevuto il loro mangime. Un risultato importante, viene fatto notare dall'università, che potrebbe aprire nuovi orizzonti nell'allevamento ittico praticato nelle zone costiere. Oggi, infatti, si usano spesso delle gabbie, posizionate sott'acqua. "Un metodo diffuso in gran parte del mondo - spiega l'università - anche se è dispendioso, sia per quanto riguarda l'acquisto delle stesse gabbie, che per il costo del lavoro delle persone che le devono monitorare, e, soprattutto, devono dar da mangiare agli animali. Un metodo controverso dal punto di vista dell'inquinamento generato dai pesci, sotto forma di azoto".

Così controverso che in alcune zone costiere questo genere di allevamento è vietato. "Lo scopo della nostra ricerca era quello di offrire una valida alternativa alle gabbie: far crescere i pesci in mare aperto, senza danneggiare l'ambiente e, soprattutto, in modo da non far fuggire questi animali". Adesso, infatti, basterà allenare i pesci a riconoscere un determinato suono, per poi farli tornare indietro, quando saranno pronti per essere catturati e immessi sul mercato per la vendita. "Tra l'altro questo metodo è molto più economico - dicono i ricercatori, Boaz Zion, Ilan Karplus e Assaf Barki - perché il nutrimento viene reperito in maniera naturale dai pesci stessi".

Già lo scorso anno, una studentessa australiana di 15 anni, Rory Stokes, aveva condotto un esperimento, che aveva permesso di dimostrare che la memoria dei pesci rossi durava fino ad una settimana. La ragazza aveva acceso ogni giorno un piccolo faro lampeggiante nella vaschetta, e subito dopo aveva sparso il mangime attorno al faro. Misurando il tempo che i pesciolini impiegavano a raggiungere il cibo, Rory si era accorta che i suoi animali avevano imparato ad associare la luce alla presenza di cibo, e presto il tempo impiegato per arrivare al faro era passato da un minuto a pochi secondi. Successivamente, la ragazza aveva rimosso per sei giorni il faro dalla vaschetta; quando, il settimo giorno, lo aveva riposizionato al suo interno e lo aveva riacceso, i pesci rossi non avevano esitato a nuotare in quella direzione e a raggiungere la "fonte di cibo".

(7 gennaio 2009)

22/12/2008

Neuroni e nanotubi al carbonio - ecco il cervello ad alta velocità

 tratto da: www.repubblica.it

Neuroni e nanotubi al carbonio
ecco il cervello ad alta velocità

Scienziati italiani e svizzeri hanno collegato materiale organico e no ottenendo la trasmissione di dati. In futuro la rete permetterà di bypassare aree cerebrali lesionate

ROMA - Un cervello iperveloce che scambia informazioni tra aree neurali con prestazioni elevatissime, che tra gli intricati meandri della sua materia grigia nasconde componenti artificiali perfettamente integrate tra i neuroni: non si può non fantasticare su futuri ibridi uomo-macchina di fronte a un esperimento denso di aspettative. Infatti, ricercatori italiani e svizzeri hanno "collegato" ai neuroni nanotubi di carbonio e in questo modo hanno aumentato l'eccitabilità neurale.

L'invenzione è presentata sulla rivista Nature Nanotechnology e si deve a Michel Giugliano, prima al Laboratorio di Neural Microcircuitry dell'Ecole Polytechnique Federale di Losanna, Svizzera, oggi all'Università di Anversa, e a Laura Ballerini dell'Università di Trieste presso il centro BRAIN.
I nanotubi di carbonio hanno capacità di condurre elettricità e i neurologi hanno dimostrato che questi materiali possono formare giunzioni strette, un po' come quelle naturali tra cellule, con le membrane dei neuroni. Questo permette di creare collegamenti neurali artificiali e vere e proprie 'scorciatoie' per il passaggio del segnale nervoso, in grado di aumentare l'eccitabilità neurale. L'idea potrebbe essere sfruttata per creare ponti neurali che bypassino traumi o lesioni e interfaccia cervello-computer per neuroprotesi.

La fitta foresta di neuroni che compone il nostro sistema nervoso è organizzata in modo tale che ciascun neurone, attraverso ramificazioni cellulari molto intricate, prenda contatti con quelli limitrofi. Questo permette di instaurare una comunicazione tra neuroni e tra aree neurali anche distanti tra loro. La comunicazione sfrutta i segnali elettrici: quando la membrana di un neurone si eccita in risposta a un messaggero chimico esterno inviato da altri neuroni, il treno di impulso elettrico si propaga come un'onda da un'estremità all'altra del corpo del neurone fino alla punta dellassone, il braccio principale del neurone, e induce il rilascio di nuovi messaggeri chimici che vanno a eccitare la membrana di altri neuroni. In questo modo l'impulso elettrico viaggia nel cervello. In caso di lesioni, per esempio a seguito di un ictus o di un trauma, il "viaggio" del messaggio neurale può trovare dei "binari morti" e fermarsi.

I nanotubi di carbonio potrebbero essere usati per ripristinare la linea neurale e bypassare zone lesionate. Potrebbero accorciare i collegamenti e quindi accelerare il viaggio dell'impulso elettrico, potenziandone l'effetto. Non solo, anche le interfaccia macchina-cervello cui oggi sono rivolti gli occhi di tanti che, vittime di lesioni, non possono più comandare i muscoli, potrebbero essere costruite utilizzando i nanotubi sull'ultimo tratto di collegamento al cervello, piuttosto che i classici elettrodi in metallo usati oggi.
Il nanotubo in carbonio si adatterebbe molto meglio a questo compito, in quanto si dimostra più capace di connettersi e formare giunzioni più "naturali" con la membrana del neurone.

"I risultati riportati nel nostro lavoro - spiegano gli autori nell'articolo - indicano che i nanotubi potrebbero influenzare l'elaborazione neurale dell'informazione"; aumentando le conoscenze sul funzionamento delle reti ibride neuroni-nanotubi, si potrebbero aprire le porte allo sviluppo di materiali "intelligenti" per la riorganizzazione di sinapsi all'interno di una rete neurale.

(21 dicembre 2008)

16/12/2008

SONNAMBULA SCRIVE DA PC, NASCE 'ZZZ-MAIL'

tratto da: www.ansa.it


» 2008-12-15 16:41
SONNAMBULA SCRIVE DA PC, NASCE 'ZZZ-MAIL'

ROMA - Sono sempre una sorpresa i comportamenti dei sonnambuli. L'ultimo caso, oggetto anche di studio medico, è quello di una donna che mentre dormiva profondamente è riuscita a inviare delle email ad alcuni amici, chiedendogli di portare vino e caviale. I dottori l'hanno classificato come il primo caso finora segnalato di 'zzz-mail', come riporta la rivista 'Sleep medicine'.

Protagonista di questo singolare episodio, riportato dal Daily Mail, è stata una donna di 44 anni, che addormentatasi circa alle 22, si è alzata due ore dopo, camminando fino al computer situato nella stanza accanto. Dopo averlo acceso e connesso a internet, è riuscita a introdurre username e password nel suo profilo, scrivere e inviare ben tre email, anche se composte modo un po' strano. In una ad esempio era scritto "vieni domani e sistema quel diavolo di buco. Cena e drink alle 16. Porta vino e caviale solamente". Un comportamento definito dai ricercatori "insolito" e "complesso, perché richiede una coordinazione dei movimenti finora mai osservata prima nei sonnambuli". La stessa donna è rimasta scioccata dopo aver visto le email spedite, di cui non ricordava niente. Era la prima volta per lei, non avendo mai avuto nell'infanzia episodi di sonnambulismo o incubi notturni. Un'ipotesi avanzata è che a scatenare la 'scrittura notturna' sia stata una prescrizione medica, anche se le cause del fenomeno rimangono tuttora poco chiare.

12/12/2008

"Lo zucchero come una droga"

tratto da repubblica.it

Una ricerca dimostra che assumere il dolcificante in dosi massicce provoca dipendenza
L'esperimento è stato condotto su cavie ma, secondo gli esperti, il meccanismo è identico sull'uomo

"Lo zucchero come una droga"
Crisi d'astinenza per i casi gravi

di SARA FICOCELLI

Altro che semplici golosi: uno studio dell'Università di Princeton, nel New Jersey, dimostra che molti "golosi" sono in realtà tossici perché lo zucchero - a quanto pare - provoca dipendenza. Sembra una curiosità ma questa dei ricercatori di Princeton è una scoperta, importante per il mondo scientifico perché conferma ciò che molte persone a dieta sospettavano da tempo: lo zucchero è una specie di droga.

Secondo il neuroscienziato Bart Hoebel, abbuffarsi di zucchero può infatti avere effetti sul cervello molto simili a quelli provocati da un abuso di sostanze stupefacenti. Il ricercatore ha presentato i risultati della sua analisi al meeting del College americano di Neuropsicofarmacologia a Scottsdale, in Arizona: lo studio è stato svolto utilizzando delle cavie e somministrando loro dosi elevate di acqua zuccherata ogni giorno, dopo che avevano passato la notte a digiuno. Nel giro di tre settimane, gli animali hanno cominciato a dare segni di impazienza e frenesia, mostrando insomma un comportamento simile a quello dei tossicodipendenti in crisi di astinenza. "Rimanevano a lungo desiderosi di ricevere una nuova "dose", erano incontrollabili", ha spiegato Hoebel.

L'esperimento ha mostrato negli animali un aumento nel cervello della dopamina. "E' una sostanza che si trova nel nucleus accumbens, la parte adibita alla motivazione e al meccanismo della ricompensa - ha detto Hoebel - e si sa da tempo che l'abuso di droghe fa aumentare il rilascio di dopamina in questa parte del cervello: in questo caso abbiamo scoperto che lo zucchero agisce allo stesso modo".

In un altro esperimento le cavie, dopo essere state nutrite per un periodo a base di zucchero, sono state costrette a passare alcune settimane senza più riceverne. Quando la sostanza veniva reinserita nell'alimentazione, ne consumavano molta più di prima. A un certo punto gli scienziati hanno deciso di variare sostituendo l'acqua zuccherata con dell'alcol e hanno notato che quelle nutrite con lo zucchero ne bevevano più di quanto avrebbe fatto un topo normale. "Ancora non sappiamo come reagiscono gli esseri umani - ha concluso l'autore dello studio - Ma quel che è certo è che esiste un nesso tra la dipendenza da sostanze stupefacenti e lo sviluppo di un desiderio morboso di dolcificante".

Secondo il professor Pierfranco Spano, docente di farmacologia e tossicologia presso l'Università degli Studi di Brescia, è comunque plausibile che lo zucchero provochi dipendenza anche su di noi. "I cosiddetti sistemi di ricompensa che abbiamo nel cervello, dalla medicina anglosassone definiti "rewarding system", mediano gli effetti di tutte le sostanze da abuso. Esiste cioè una partecipazione di sistemi cerebrali in cui la master key è la dopamina. Si tratta in genere di comportamenti appetitivi che partono dal masencefalo e arrivano nel nucleus accumbens, una parte del cervello a sua volta suddivisa in due zone, la cosiddetta "shell". Questa "conchiglia" si accende in caso di desiderio o di previsione di ricompensa". Il professore precisa anche che in campo scientifico esistono i cosiddetti "gradini di rigore dimostrativo": a volte cioè vengono fatte delle scoperte fondamentali e in un secondo momento vengono costruite le teorie, in modo tale che, come diceva Popper, la prova non possa essere confutata. A questa scoperta, insomma, manca una teoria di supporto, ma il primo passo è stato fatto e si tratta di un gradino importante. "I geni e lo sviluppo postnatale - conclude Spano - indirizzano a lungo andare le persone verso alcol, zucchero o cocaina. La "scelta" dell'oggetto della dipendenza viene fatta in base all'esperienza e alla predisposizione personale: ed è su questo fronte che la scienza sta maggiormente indagando".

Sembra comunque che affinché il meccanismo di dipendenza si attivi sia necessario assumere dosi massicce di zuccheri. Dunque non preoccupatevi se amate il dessert di fine pasto, non andrete in crisi d'astinenza. Anzi, gli esperti consigliano di non rinunciare affatto ad alcuni prodotti dolciari, che oltre che dare energia fanno bene alla salute. Secondo una ricerca dei laboratori di ricerca dell'Università Cattolica di Campobasso in collaborazione con l'Istituto dei Tumori di Milano, 6,7 grammi di cioccolato al giorno rappresentano infatti la quantità ideale per proteggerci da infiammazioni e malattie cardiovascolari. E sempre un'altra ricerca nostrana, condotta quest'anno dall'Istituto di Neuroscienze del CNR di Cagliari, si è concentrata su "cioccolismo" (dall'inglese chocoholism), ovvero la dipendenza da cioccolato. "Anche se poco conosciuto - ha spiegato Giancarlo Colombo, ricercatore In-Cnr - si tratta di un fenomeno di dimensioni sorprendentemente ampie nei paesi occidentali. Fonti americane indicano che ad essere colpite maggiormente sono le donne, nella misura del 40%, mentre la popolazione maschile è coinvolta per il 15%".

La scoperta di Hoebel rappresenta dunque la quadratura del cerchio di tutta una serie di studi e potrebbe avere risvolti importanti per le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare, come binge eating (crisi da alimentazione incontrollata) o bulimia.

(11 dicembre 2008)

02/12/2008

TRAPIANTI: A PISA PRIMO IN EUROPA DI RENE USANDO UN ROBOT

tratto da: www.ansa.it

» 2008-12-02 16:35
TRAPIANTI: A PISA PRIMO IN EUROPA DI RENE USANDO UN ROBOT


PISA - Primo trapianto di rene con robot effettuato in Italia e in Europa. E' stato eseguito dall'equipe del professor Ugo Boggi, lo stesso che ha effettuato con successo, un anno fa, il primo trapianto di rene crociato in Italia fra tre coppie affettive biologicamente non compatibili.

Si tratta, informa una nota della Aoup-Asl 5 di Pisa, dell'abbattimento di una barriera tecnologica che apre nuovi scenari chirurgici finora impensabili.

Le caratteristiche tecniche dell'intervento e le possibili future applicazioni saranno illustrate domani,all'Opedale di Cisanello (Pisa), dallo stesso professor Boggi e dalla sua equipe.

I PISOLINI RAFFORZANO LA MEMORIA

tratto da: www.ansa.it 

» 2008-12-01 21:12

I PISOLINI RAFFORZANO LA MEMORIA

 

WASHINGTON - Avanti tutta con i pisolini pomeridiani: solo 12 minuti o una ora e mezza con gli occhi chiusi nel pomeriggio possono fare miracoli per rafforzare la memoria e 'sedimentare' nozioni appena apprese mentre al contrario, la mancanza di un sonno continuato la notte affligge pesantemente le capacità mnemoniche. Lo rivela uno studio Usa realizzato dal neuroscienziato William Fishbein della 'City university' di New York che ha sottoposto a test sugli effetti della 'penichella' pomeridiana più di 20 studenti universitari di lingua inglese.

Ai giovani, prima del riposino, sono state insegnate parole in cinese, una lingua di cui non sapevano assolutamente nulla: subito dopo la metà dei volontari ha fatto un pisolino di 90 minuti mentre l'altra metà no.

Lo stesso pomeriggio, gli scienziati hanno sottoposto tutti gli studenti coinvolti a test e quiz su altre parole cinesi mai viste prima e la differenza nell'apprendimento dei ragazzi è apparsa evidente.

 I giovani reduci dalla dormitina hanno mostrato di intuire la composizione in sillabe e persino l'origine semantica delle nuove parole cinesi nonché di riuscire a collegarle a quanto imparato prima molto meglio dei ragazzi che erano rimasti svegli.

"In pratica chi aveva fatto un riposino ha capito subito il senso dei quiz mentre per gli altri la memoria faceva cilecca", ha osservato Fishbein. Secondo lo studioso ciò che conta nel rafforzare le memorie è la fase del sonno chiamata 'ad onda lenta' che si raggiunge velocemente una volta chiusi gli occhi in quanto precede la fase Rem in cui si manifestano i sogni.

ARRIVA IL PACEMAKER A PROVA DI RISONANZA E METAL DETECTOR

 tratto da: www.ansa.it

» 2008-12-01 18:18

ARRIVA IL PACEMAKER A PROVA DI RISONANZA E METAL DETECTOR

 

ROMA - Ha compiuto 50 anni lo scorso ottobre ed oggi arriva la sua versione di ultima generazione, quella 'a prova' di campi magnetici. E' il pacemaker, impiantato ogni anno nel mondo ad oltre un milione di pazienti con problemi cardiaci: l'ultimo modello, presentato a Roma e applicato per la prima volta in Italia nei giorni scorsi su 3 pazienti, e' insensibile ai campi magnetici, e cio' vuol dire che per i pazienti portatori del dispositivo non saranno piu' off-limits metal detector, varchi elettronici ed un fondamentale esame diagnostico come la risonanza magnetica.

 Ideato dall'americano Earl Bakken, il prino pacemaker fu impiantato nel 1958 al Karolinska Hospital di Stoccolma. Da allora, il dispositivo 'salva-cuore' (la cui funzione e' emettere impulsi elettrici necessari a regolare e tenere sotto controllo la frequenza cardiaca) ha fatto molta strada, passando dalla versione esterna portatile (una valigetta che accompagnava ovunque il paziente) all'ultima generazione che annulla del tutto i rischi di interferenze con campi magnetici dovuti anche, ad esempio, a varchi aeroportuali e security scanning di banche e supermercati. Un grande passo avanti, affermano gli esperti.

- RISONANZA OFF-LIMITS PER 300MILA PAZIENTI, OGGI NON PIU': sono oltre 300.000 gli italiani con pacemaker a cui e' stata negata la risonanza magnetica (esame diagnostico fondamentale che permette di visualizzare l'interno dell'organismo senza effettuare interventi chirurgici o somministrare rischiose radiazioni), benche' indicata, a causa delle possibili interferenze elettromagnetiche fra i due strumenti. Oggi, con il nuovo dispositivo, questo limite potra' essere superato.

- NUOVO PACEMAKER, PRIMI TRE IMPIANTI IN ITALIA: I primi tre interventi per l'applicazione del nuovo pacemaker sono stati effettuati nei giorni scorsi all'Ospedale San Filippo Neri di Roma e all'Azienda universitaria ospedaliera di Pisa. Il pacemaker 'ultraprotetto' ha superato la fase sperimentale (interventi sono stati eseguiti anche in Gran Bretagna e Germania) e dal prossimo anno sara' disponibile in tutti i centri ospedalieri d'Italia.

Gli impianti, ha affermato il direttore del dipartimento di Cardiologia dell'Ospedale S.Filippo Neri, Massimo Santini, ''sono andati bene. L'intervento e' uguale a quello con i pacemaker standard, la durata e' la stessa, circa mezz'ora, e non ci sono rischi aggiuntivi, ma grazie al nuovo dispositivo i pazienti potranno accedere a esami diagnostici piu' approfonditi e quindi a cure mediche piu' appropriate, superando cosi' tutti i limiti finora legati alla terapia con pacemaker cardiaco''.

Durante il corso della vita dei pazienti, ha inoltre sottolineato il direttore sezione Aritmologia dell'azienda ospedaliera di Pisa Maria Grazia Bongiorni, ''la percentuale di chi avrebbe necessita' di effettuare una risonanza sale al 75% e il nuovo pacemaker, oltre a garantire l'accesso a questo prezioso metodo diagnostico, annulla anche le interferenze possibili fra dispositivo cardiaco e campi magnetici prodotti da cellulari, elettrodomestici, varchi aeroportuali e dispositivi antitaccheggio. L'eventualita' di interferenze era gia' molto bassa con i dispositivi tradizionali, ma il nuovo pacemaker - ha affermato - azzera il rischio e sara' presto il nuovo standard della terapia''.

 - CUORI FAMOSI CON PACEMAKER: Sono oltre 1 milione i pazienti impiantati con pacemaker ogni anno nel mondo, e 60.000 in Italia. Il dispositivo e' utilizzato soprattutto in soggetti over-60, ma anche in giovani nel caso di patologie congenite. Tanti gli esempi di cuori 'noti' assistiti da pacemaker: dall'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi al premier Silvio Berlusconi, dall'ex premier britannico Tony Blair al vicepresidente uscente degli Stati Uniti Dick Cheney.

GLI ANTIOSSIDANTI NON RALLENTANO INVECCHIAMENTO

 tratto da: www.ansa.it

 2008-12-01 17:06

GLI ANTIOSSIDANTI NON RALLENTANO INVECCHIAMENTO

 

MONZA - Creme e diete a base di anti-ossidanti, pubblicizzate per le loro proprietà antiinvecchiamento, sarebbero inutili. E' quanto sostiene uno studio dell'University College di Londra, che ha analizzato i nematodi, vermi cilindrici che, pur avendo forte potere anti-ossidante per far fronte ai danni ai tessuti da radicali liberi, non vivono più lungo.

Secondo i ricercatori non vi sarebbe una "prova certa della capacità degli anti-ossidanti, uno dei prodotti principali dell'industria cosmetica e salutista, di rallentare l'invecchiamento".

 Una teoria, quella dello stress ossidativo, nata nel 1956, dopo l'osservazione dell'invecchiamento causato dall'accumulo di danni molecolari provocati dalle diverse forme reattive dell'ossigeno, note come superossidi o radicali liberi, presenti nel corpo. Lo studio sui nematodi, che condividono con gli uomini diversi geni, ha smentito questa teoria. I vermi, geneticamente manipolati in modo da assorbire il surplus di radicali liberi, non avevano infatti alcun vantaggio in termini di invecchiamento e durata della vita. Vivevano esattamente come gli altri.

 "Sappiamo ancora poco - spiega David Gems, coordinatore dello studio - dei meccanismi dell'invecchiamento. E' chiaro che se i radicali liberi sono coinvolti, hanno un ruolo minimo, e che i danni ossidativi non sono la principale causa dell'invecchiamento. Una dieta sana e bilanciata è importante per ridurre il rischio di malattie da invecchiamento, come cancro, diabete e osteoporosi, ma non c'é la prova che mangiare antiossidanti rallenti o prevenga l'invecchiamento".

28/11/2008

Creata in laboratorio l'antimateria

 tratto da: www.torinoscienza.it

Creata in laboratorio l'antimateria

Creata in laboratorio l'antimateria
Per la prima volta in laboratorio sono state create oltre 100 miliardi di particelle di antimateria, che sono uguali alle particelle della materia ordinaria ma di segno opposto. Il risultato, ottenuto nei laboratorio americano Lawrence Livermore, secondo i ricercatori, apre la strada a nuovi studi sull'antimateria con l'obiettivo di comprendere la fisica alla base di fenomeni ancora misteriosi come i buchi neri e le esplosioni di raggi gamma. Non solo, l'obiettivo degli scienziati che studiano queste antiparticelle e' comprendere perche' dopo il Big Bang e' sopravvissuta nell'universo piu' materia che antimateria. Teorizzata nel '30 l'antimateria e' stata provata in laboratorio nel '32. Da allora, negli acceleratori di particelle di tutto il mondo sono state prodotte solo modeste quantita' di queste antiparticelle che in natura si ritiene vengano prodotte durante eventi molto energetici come quelli che accadono nei nuclei delle Galassie. I ricercatori guidati da Hui Chen, hanno irradiato un pezzetto di oro grande quanto la testa di uno spillo con un impulso laser molto intenso e breve. Il laser ha accelerato e ionizzato (caricato di energia) un fascio di elettroni che hanno interagito con i nuclei dell'oro i quali hanno fatto da catalizzatore che ha generato le particelle di antimateria.

A cura di Luca Ponzi, del 23.11.2008

ITALIANI SCOPRONO SEGRETO CRESCITA PIANTE

 tratto da: www.ansa.it

» 2008-11-27 20:01
ITALIANI SCOPRONO SEGRETO CRESCITA PIANTE


ROMA - Fare allungare le radici di una pianta perché possa crescere in zone aride, o fare in modo che i suoi frutti siano più grandi e numerosi senza utilizzare fertilizzanti: diventa possibile grazie alla ricerca italiana pubblicata questa settimana sulla rivista Science. Diventa possibile modificare la genetica delle piante senza introdurre in esse nuovi geni, ma potenziando o riducendo l'attività dei geni che controllano i fattori di crescita che regolano lo sviluppo delle piante. "In pratica acceleriamo il processo di evoluzione: modificando i geni stessi della pianta otteniamo in due anni quello che in natura richiederebbe tempi lunghissimi", spiega la coordinatrice della ricerca, Sabrina Sabatini, dell'università di Roma La Sapienza. Lo studio è stato condotto dal gruppo di Paolo Costantino, del dipartimento di Genetica e biologia molecolare e accademico dei Lincei. I ricercatori sono riusciti a scoprire il segreto che regola l'equilibrio fra i due principali fattori di crescita delle piante, gli ormoni auxina e citochinina: insieme controllano la crescita delle cellule, regolandone la divisione e il differenziamento, e di conseguenza la crescita degli organi della pianta.

"La crescita di qualsiasi organismo - osserva Sabatini - si basa sulla decisione che ogni cellula deve decidere se lasciarsi aperte tante vie sviluppo oppure specializzarsi. Sono decisioni importantissime, che determinano la vita di un organismo". Decisioni che, come hanno scoperto i ricercatori italiani, dipendono dalla competizione tra i due ormoni: se "vince" l'auxina le cellule restano immature e possono solo dividersi; se la vittoria è della citochinina la cellula si specializza, cresce e diventa adulta. Per la prima volta questo complesso quadro di istruzioni molecolari che regola lo sviluppo delle piante è finalmente chiaro e l'uomo può intervenire in quella "zona di transizione", come la chiamano i ricercatori, nella quale si decide il destino della pianta. La zona, cioé, dove si gioca il "duello" fra auxina e citochinina e dove si decide perciò il futuro della pianta. "Aumentando o riducendo i livelli di ciascun ormone - spiega la ricercatrice - diventa possibile modificare le dimensioni degli organi della pianta. Per esempio, si possono ottenere piante con radici più lunghe, in modo che raggiungano le falde acquifere e riescano a sopravvivere in terreni aridi. O si possono produrre piante con radici molto corte, in modo che non raggiungano zone ad alta salinità". Sabrina Sabatini è tornata a lavorare in Italia nel 2003: "riesco a lavorare grazie a una borsa della fondazione Armenise, che per cinque anni mi ha finanziato carriera e ricerca". Per la legge sul rientro dei cervelli avrebbe dovuto avere la carica di professore associato, ma non è successo: "sono ricercatore, ma per il momento resto qui", anche se con un po' di amaro.

27/11/2008

LA SINDROME DI DOWN UN GIORNO POTREBBE ESSERE 'CURATA' IN UTERO

tratto da: www.ansa.it

» 2008-11-27 15:09
LA SINDROME DI DOWN UN GIORNO POTREBBE ESSERE 'CURATA' IN UTERO

 

ROMA - La sindrome di Down un giorno potrebbe essere 'curata' in utero, quantomeno riducendo nel nascituro alcuni dei sintomi tipici della trisomia del cromosoma 21, come il ritardo mentale. E' la strada che lasciano intravedere i risultati di uno studio pubblicato sulla rivista Obstetrics and Gynecology diretto da Catherine Spong del National Institute of Health di Bethesda nel Maryland.

 I feti di topolini Down sono stati trattati in utero con composti che proteggono i nervi in sviluppo. Dopo la nascita i cuccioli presentano ridotta sintomatologia rispetto ai non trattati. Gli esperti Usa sperano che il loro studio, anche se all'inizio, rappresenti una svolta terapeutica: una volta scoperto di attendere un bimbo Down, si potrebbe iniettare la terapia in utero.

Nei topi questo ha in parte funzionato: i ricercatori hanno iniettato due sostanze naturali neuroprotettive presenti nel cervello in sviluppo, NAP e SAL, nelle topoline in attesa di cuccioli Down. Le sostanze hanno permesso di prevenire i danni neurali cui sono condannati i feti malati.

14/11/2008

Berlino, una speranza contro l'Aids

tratto da: www.repubblica.it 

L'uomo aveva anche la leucemia. Dopo un trapianto di midollo la malattia è scomparsa: da seicento giorni nessuna traccia

Berlino, una speranza contro l'Aids - Era malato, ora è senza il virus

Il donatore ha una variante genetica che rende meno aggressiva l'infezione

dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

BERLINO - Una svolta forse inattesa della medicina viene dalla Germania: a Berlino, pare per la prima volta, un paziente malato di Aids, e insieme di leucemia, grazie a una cura prima di chemioterapia poi di trapianto di midollo osseo, è tornato sieronegativo alle analisi. Lo racconta la Bild, il quotidiano più letto d'Europa, con ampio risalto anche nella sua edizione online.

Da ben seicento giorni, spiega il quotidiano popolare del gruppo Springer, il paziente risulta non avere più traccia dello HIV, il letale virus dell'Aids, nel suo sangue.

Il caso viene seguito dal dottor Gero Huettner, ematologo alla clinica Benjamin Franklin, una delle più importanti sezioni della Charité, il massimo ospedale della capitale tedesca. Il paziente, un berlinese quarantaduenne, era malato di Aids e insieme di leucemia. Il dottor Huettner, che era responsabile delle terapie antileucemiche per lui, lo ha curato prima con la chemioterapia e poi con il trapianto di midollo osseo. E adesso, da ben seicento giorni, il paziente risulta non avere più traccia di leucemia nel suo sangue.

Va detto che il donatore del midollo osseo ha una mutazione molto rara del recettore CCR5, presente nell'uno per cento della popolazione. Quindi si può pensare che questa combinazione di chemio e trapianto possa essere efficace solo se il donatore è portatore di questa variante.

"Io sono stato molto sorpreso da questi risultati", ha dichiarato lo stesso dottor Huettner. Secondo il dottor Juergen Hescheler, esperto di ricerca sulle cellule staminali a Colonia, "questo caso è un esempio interessante. Riuscire a distruggere tutte le cellule malate e a sostituirle con un trapianto di midollo può essere l'ultima speranza di salvezza per casi particolarmente gravi". Aggiunge la dottoressa Anja Potthoff, medico esperto nelle terapie contro l'Aids alla clinica universitaria di Bochum, nel territorio industriale-minerario della Ruhr, Germania Ovest: "Ne abbiamo discusso, è un risultato unico. In ogni caso occorre dire che gli effetti collaterali di un trapianto di midollo sono talmente pesanti, e i costi della terapia così alti, che questa al momento resta solo una terapia possibile per singoli pazienti, i quali sono stati colpiti sia dall'Aids che dalla leucemia".

Il dottor Huettner comunque si prepara a scrivere un trattato per una rivista medica specializzata, per descrivere e rendere pubblica la sua terapia in ogni dettaglio.

(12 novembre 2008)

12/11/2008

COCAINA, GENE LEGATO AL RISCHIO DIPENDENZA

tratto da: www.ansa.it

» 2008-11-11 18:39

COCAINA, GENE LEGATO AL RISCHIO DIPENDENZA

 

ROMA - Scoperto un gene che aumenta il rischio di dipendenza da cocaina. Uno studio tedesco, diretto da Rainer Spanagel, professore presso l'Istituto di Salute Mentale di Mannheim, ha mostrato che il 50% dei soggetti dipendenti da cocaina presenta la variazione genetica, contro il 40% dei "puliti".

Con test genetici su circa 1400 persone, Spanegel e i suoi collaboratori hanno verificato sugli uomini quello che in precedenti ricerche era stato studiato sui topi e cioé che una particolare variante di un gene, CAMK4, è legata a una probabilità maggiore del 25% di sviluppare dipendenza da cocaina.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), potrà essere utile per individuare i soggetti più a rischio di dipendenza, sottolinea Spanagel, intervistato dal quotidiano britannico "The Guardian", che potranno seguire delle terapie o essere protetti con vaccini al momento in fase di sperimentazione.