28/11/2008

Creata in laboratorio l'antimateria

 tratto da: www.torinoscienza.it

Creata in laboratorio l'antimateria

Creata in laboratorio l'antimateria
Per la prima volta in laboratorio sono state create oltre 100 miliardi di particelle di antimateria, che sono uguali alle particelle della materia ordinaria ma di segno opposto. Il risultato, ottenuto nei laboratorio americano Lawrence Livermore, secondo i ricercatori, apre la strada a nuovi studi sull'antimateria con l'obiettivo di comprendere la fisica alla base di fenomeni ancora misteriosi come i buchi neri e le esplosioni di raggi gamma. Non solo, l'obiettivo degli scienziati che studiano queste antiparticelle e' comprendere perche' dopo il Big Bang e' sopravvissuta nell'universo piu' materia che antimateria. Teorizzata nel '30 l'antimateria e' stata provata in laboratorio nel '32. Da allora, negli acceleratori di particelle di tutto il mondo sono state prodotte solo modeste quantita' di queste antiparticelle che in natura si ritiene vengano prodotte durante eventi molto energetici come quelli che accadono nei nuclei delle Galassie. I ricercatori guidati da Hui Chen, hanno irradiato un pezzetto di oro grande quanto la testa di uno spillo con un impulso laser molto intenso e breve. Il laser ha accelerato e ionizzato (caricato di energia) un fascio di elettroni che hanno interagito con i nuclei dell'oro i quali hanno fatto da catalizzatore che ha generato le particelle di antimateria.

A cura di Luca Ponzi, del 23.11.2008

Stelle, c'è zucchero nello spazio

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Stelle, c'è zucchero nello spazio
"Svelata l'origine della vita"

Una molecola trovata a 26mila anni luce "È il primo elemento del brodo primordiale" di ELENA DUSI

 
Il brodo primordiale è dolce e viene preparato nella cucina dello spazio, con la polvere di stelle a fornire gli ingredienti e gli astri in via di formazione che danno il calore necessario. Il radiotelescopio delle Alpi di Grenoble, il cui occhio è guidato da un gruppo di astronomi italiani, francesi e spagnoli, ha individuato una molecola di zucchero che fluttua nello spazio a 26mila anni luce da noi con una temperatura simile a quella della Terra durante una giornata estiva. Non si tratta ancora di un extraterrestre così come la fantascienza lo immagina, ma con tutta probabilità quel che si è scoperto è la lettera alfa dell'alfabeto che compone la vita.

Lo zucchero glicolaldeide che si trova immerso della nube stellare G31, alla periferia della Via Lattea, è uno dei primi mattoni della biologia. Fa parte di quelle molecole capaci di assemblarsi attraverso reazioni chimiche sempre più complesse fino a raggiungere lo stadio che è considerato il traguardo della vita: il Dna e l'Rna. Sono loro le due molecole che consentono la divisione degli organismi, aprendo la strada a uno dei requisiti fondamentali degli esseri viventi: la riproduzione.

Insieme al ritrovamento di tracce biologiche su alcuni meteoriti caduti sulla Terra, la scoperta dello zucchero stellare appena pubblicata sulla rivista Astrophysics finisce col dare maggior peso a quella teoria della panspermia avanzata dall'astronomo britannico Fred Hoyle. Negli anni ?50 Hoyle (che era anche scrittore di fantascienza) suggerì che la vita fosse nata nello spazio e avesse poi colonizzato il pianeta Terra (e anche altri, con tutta probabilità) viaggiando a bordo di comete e meteoriti. Negli anni in cui Stanley Miller riempiva ampolle di vetro con i gas del brodo primordiale, Hoyle arrivò a scommettere con gli ascoltatori della sua trasmissione radio che da qualche parte nello spazio ci fosse già una squadra di cricket capace di sconfiggere le nazionali inglese e australiana, le più forti sul pianeta azzurro.

"Cercare le molecole della vita non era il nostro obiettivo. Siamo astronomi e ci occupiamo di cinematica delle formazioni stellari" racconta oggi Claudio Codella, ricercatore della sezione di radioastronomia dell'Inaf (Istituto nazionale di astrofisica), uno dei componenti dell'équipe che ha fatto la scoperta. "Però quando abbiamo notato quel debole segnale strano tra i nostri risultati ci siamo subito messi in allarme. Non si trattava di uno degli elementi più abbondanti nell'universo e solo alla fine siamo riusciti a dargli l'etichetta del glicolaldeide. Accanto a lui, con tutta probabilità, esistono altre molecole della vita che non siamo ancora in grado di identificare".

Per Ernesto Di Mauro - che insegna biologia molecolare alla Sapienza di Roma, è fra i fondatori della Società di astrobiologia italiana e ha condotto esperimenti sulla formazione del Dna e Rna nei meteoriti - il glicolaldeide era uno dei pezzi che mancavano per spiegare la sintesi delle molecole della vita nello spazio. "Senza questi zuccheri - spiega - Dna e Rna sarebbero stringhe senza forma.

Assomiglierebbero a spaghetti scotti lasciati a galleggiare nell'acqua. Il glicolaldeide è necessario per dare rigidità alla struttura, perché contiene carbonio. Questo elemento, fra i più abbondanti nell'universo dopo idrogeno e ossigeno, può essere paragonato a un mattoncino Lego. Riesce a combinarsi in un numero molto grande di strutture ha un'importanza fondamentale per gli esseri viventi".

A Science Serena Viti, un'altra astrofisica che ha partecipato alla scoperta, commenta che l'abbondanza dello zucchero trovato nella nube stellare dimostra che la formazione di queste molecole "dev'essere un processo comune anche ad altre regioni dell'universo dove ci sono stelle in formazione".

14/11/2008

prima foto di pianeta extrasolare

tratto da: www.repubblica.it

E' più simile alla Terra rispetto a tutti quelli scoperti finora
Ma le speranze di trovarci vita sono considerate quasi nulle

Fomalhaut b e tutti i suoi anelli
prima foto di pianeta extrasolare

Possiede una massa come quella di Giove, a 25 anni luce da noi
di LUIGI BIGNAMI

DOPO OTTO anni di tentativi, un gruppo di ricercatori dell'Università di Berkeley (California-Usa) è riuscito finalmente a fotografare un pianeta extrasolare che potrebbe essere per lo più solido, quindi più simile alla Terra rispetto a tutti quelli scoperti finora. Si trova a soli 25 anni luce da noi e, probabilmente, possiede una massa simile a quella di Giove. L'oggetto orbita attorno alla stella Fomalhaut a una distanza che corrisponde a circa 4 volte quella che vi è tra Nettuno e il nostro Sole, che è di circa 4 miliardi e mezzo di chilometri. Al momento al pianeta è stato dato il nome di Fomalhaut b e, stando alle prime indicazioni, potrebbe essere circondato da un gruppo di anelli simili a quelli che Giove possedeva prima che il materiale si addensasse nei noti satelliti galileiani.

"Già nel 2005 avevamo avanzato l'ipotesi che l'anello di polveri che circonda la stella potesse ospitare un grosso pianeta, in quanto avevamo osservato un punto particolarmente privo di materiale. Ciò poteva significare che un pianeta aveva aggregato a sé gli oggetti che riempivano quello spazio. Ora, finalmente, abbiamo la prova visiva che là davvero esiste un pianeta", ha spiegato Paul Kalas, responsabile della ricerca, che è pubblicata su Science.

Nella maggioranza dei casi i pianeti extrasolari non vengono cercati attraverso fotografie, in quanto gli strumenti oggi in possesso difficilmente riuscirebbero a identificarli vicino alle loro stelle, ma attraverso tecniche che sfruttano il calo di luce che essi causano alla propria stella quando passano loro davanti. Oppure attraverso metodi che rilevano le alterazioni della traiettoria delle stelle attorno a cui orbitano, in seguito dell'attrazione gravitazionale che i pianeti esercitano.

I tentativi di fotografare i pianeti sono stati fatti solo all'infrarosso puntando i telescopi verso stelle giovani nella speranza di osservare pianeti in formazione ancora caldi. Nel caso di Fomalhaut b però si è cercato in luce visibile e per questo il risultato è considerato eccezionale. A onor di cronaca già in un altro caso il Telescopio Gemini posto alle Hawaii aveva fotografato un probabile pianeta extrasolare, ma questi ha una massa di 8-9 volte quella di Giove e quindi si avvicina di più alle "nane brune" (oggetti che sono una via di mezzo tra i pianeti e le stelle), che non a un vero pianeta.

"Fomalhaut b si trova all'interno di una fascia di polveri così ricca che è assai probabile che esso sia per lo più roccioso o per lo meno abbia un nucleo solido assai consistente", ha detto Eugene Chiang, coautore della ricerca.

Le speranze di trovare vita su quel pianeta tuttavia, sono quasi nulle. La sua stella infatti, possiede solo 200 milioni di anni e vivrà per non più di un miliardo di anni, troppo poco perché sul pianeta si inneschino le condizioni per sostenere la vita (il nostro Sole ha 4,5 miliardi di anni e vivrà per un tempo altrettanto lungo). La breve vita della stella fa si che essa sia 16 volte più luminosa rispetto al nostro Sole e che la luce sul pianeta appaia simile a quella della nostra stella che si osserva da Nettuno, anche se Fomalhaut b si trova ad una distanza 4 volte superiore dalla sua stella madre.

In questi giorni giunge un'altra scoperta di pianeti extrasolari, che verrà anch'essa pubblicata su Science. Si tratta di una vera e propria famiglia di pianeti portata alla luce dal telescopio Gemini. Grazie ad esso infatti, ricercatori del Lowell Observatory hanno messo in luce che attorno alla stella HR 8799 vi sono ben tre pianeti che hanno un'età di circa 60 milioni di anni. Secondo alcune stime essi dovrebbero avere una massa di 7, 10 e 10 volte quella di Giove ed avere un diametro compreso tra il 20 e il 30% superiore al nostro pianeta gigante.

Ad oggi i pianeti extrasolari scoperti sono 322 ed orbitano attorno a 276 stelle. Ma c'è da essere certi, si è solo all'inizio.

(13 novembre 2008)

01/10/2008

NEVE SU MARTE

tratto da: www:ansa.it

2008-09-30 19:37
NEVE SU MARTE

 

ROMA  - Su Marte nevica. La sonda spaziale Phoenix ha individuato, a quattro chilometri dal punto in cui è atterrata, delle nuvole dalle quali cade neve, che si vaporizza, però, prima di toccare il suolo. "Non si è mai visto niente del genere su Marte prima d'ora - ha dichiarato Jim Whiteway, docente di ingegneria spaziale dell'università di York, a Toronto (Canada) - ora siamo alla ricerca di possibili segni lasciati in passato dalla neve sul terreno". Il primo passo è stato cercare le tracce di antiche nevicate marziane nei campioni di terreno analizzati dal laboratorio Tega (Thermal and Evolved Gaz Analyzer) a bordo di Phoenix: i dati, rileva la Nasa, mostrano la presenza di carbonato di calcio e particelle simili a terra argillosa. "Sulla Terra la maggior parte dei carbonati e dell'argilla si sono formati solo in presenza di acqua liquida. Questo - secondo l'esperto - potrebbe confortare l'ipotesi di precipitazioni anche sul suolo di Marte".

24/09/2008

Cern, l'acceleratore sarà riavviato solo in primavera

tratto da: www.repubblica.it

Ginevra, il guasto elettrico e meccanico all'acceleratore pochi giorni dopo il suo avvio
Slitta la riaccensione. Il direttore: "Questo è indubbiamente un colpo psicologico"

Cern, l'acceleratore fermo a lungo
sarà riavviato solo in primavera

Confermata l'inaugurazione il 21 ottobre. I fisici: Un gesto di orgoglio

GINEVRA - Occorrerà più tempo del previsto per riavviare l'acceleratore del Cern Lhc. Ci vorranno ben più dei due mesi annunciati in un primo momento, per riparare il guasto che si è verificato pochi giorni dopo lo storico avvio dell'acceleratore lo scorso 10 settembre. Il riavvio è in programma all'inizio della primavera del 2009. Lo ha annunciato oggi a Ginevra in un comunicato il Cern che, comunque, non rinuncia all'inaugurazione il 21 ottobre del gigante degli acceleratori.

L'lhc, con un circuito di 27 chilometri, è il più vasto e potente acceleratore di particelle mai costruito: a regime gli urti fra particelle dovrebbero sviluppare un'energia pari a 14 tev, un livello che dovrebbe avvicinarci ulteriormente, e far capire meglio, i primi istanti di vita dell'universo.

Le indagini condotte in seguito alla rilevante fuga di elio all'interno del tunnel del Large Hadron Collider hanno indicato che la "causa più probabile dell'incidente è stata una connessione elettrica difettosa tra due magneti", afferma il comunicato. Per una piena comprensione dell'incidente, tuttavia, il settore dovrà essere portato a temperatura ambiente e i magneti coinvolti dovranno essere ispezionati. "Questo richiederà tre o quattro settimane", aggiunge il Cern.

Dopo il riuscito avvio dell'Lhc lo scorso 10 settembre, "questo è indubbiamente un colpo psicologico", ha commentato il direttore generale del Cern Robert Aymar. "Tuttavia, il successo della prima iniezione di fasci di particelle testimonia gli anni di dura preparazione e le capacità del personale coinvolto. Non ho dubbi che supereremo questa difficoltà con lo stesso livello di rigore e applicazione", ha aggiunto.

Il Cern ha spiegato che il tempo necessario per portare a termine le indagini sul guasto e per le riparazioni precludono la possibilità di un ripristino dell'attività dell'Lhc prima del periodo obbligatorio di manutenzione in inverno. Questo porterà la data per il riavvio del complesso dell'acceleratore all'inizio della primavera 2009. In seguito sono previste le prime collisioni tra i fasci di particelle nei 27 chilometri del tunnel.

Ma le difficoltà non hanno impedito al Cern di confermare per il 21 ottobre la cerimonia di inaugurazione dell'acceleratore di particelle. La decisione di Aymar è stata accolta con il consenso generale delle delegazioni dei 20 Paesi membri del Consiglio europeo per le ricerche nucleari, tra i quali l'Italia. Una decisione interpretata dai fisici come un gesto di orgoglio, dettato dalla consapevolezza che il guasto è del tutto superabile. Al momento sono almeno otto, tra cui il presidente francese Nicolas Sarkozy, i capi di Stato che hanno confermato la loro presenza alla cerimonia.

(23 settembre 2008)

08/09/2008

Il rap degli scienziati per il test sul Big Bang

tratto da www.repubblica.it

Il 10 settembre è in programma il Large Hadron Collider
Secondo alcuni scienziati "si rischia la fine del mondo"

Il rap degli scienziati
per il test sul Big Bang

Il Cern spiega in musica perché non bisogna avere paura
di MARINA ZENOBIO


La sala operativa del Cern

A pochi giorni dal discusso test del Large Hadron Collider (Lhc) a Ginevra, gli scienziati più giovani del CERN (Centro europeo per la ricerca) hanno messo in rete un video che a tempo di rap racconta l'esperimento e rassicurare la gente.

ASCOLTA IL RAP DEGLI SCIENZIATI

Perché le particelle elementari presentano masse diverse? Sappiamo che il 95% della massa dell'universo è costituita da materia diversa da quella ordinaria. Di che si tratta? In altre parole, cosa sono la materia e l'energia oscura? In termini per non addetti ai lavori, come ha avuto inizio l'universo? A queste ed altre domande i fisici di tutto il mondo sperano di trovare risposte esaurienti il 10 settembre.

In un tunnel di 27 chilometri di circonferenza, scavato tra 50 e 150 metri sotto terra tra le montagne del Giura francese e il lago di Ginevra in Svizzera, l'Lhc (Large hadron collider), il più grande e potente acceleratore di particelle esistente al mondo costato 6 miliardi di euro, farà scontrare due fasci di particelle atomiche che viaggiano in direzione opposte e ad altissima velocità (oltre il 99,9% della velocità della luce) generando temperature che supereranno un trilione di gradi Celsius (100 mila volte più alta di quella che esiste al centro del sole) e una pioggia di nuove particelle che verranno studiate dai fisici. In questo modo gli scienziati sperano di individuare le particelle dette bosoni di Higgs, che, per ora solo in teoria, avrebbero dato massa ad ogni altra particella esistente.


La collisione avverrà in quattro punti, in corrispondenza di quattro caverne in cui il tunnel si allarga in altrettante sale, o stazioni sperimentali, che ospitano le sedi dei rivelatori dei principali esperimenti di fisica delle particelle programmati dal Cern. E' infatti il Centro europeo per la ricerca nucleare, con sede a Ginevra, alla guida del più grande, ambizioso e costoso test scientifico di tutti i tempi, finanziato da venti paesi europei più gli Stati uniti ma che sta facendo discutere tra loro ricercatori di tutto il mondo.

Un gruppo di studiosi contrari all'esperimento, preoccupati dai rischi che potrebbe comportare il ricreare le condizioni che esistevano una frazione di secondo dopo il big bang che ha dato origine all'universo, qualche tempo fa si era rivolto alla Corte europea dei diritti umani denunciando gli Stati sponsor del progetto di violare il diritto al rispetto della vita privata e familiare, e chiedendo quindi la sospensione del test.

Il ricorso - comunque respinto - parla di mondo a rischio distruzione, di esperimento che potrebbe addirittura creare un mini buco nero che, nel giro di quattro anni, aumenterà di potenza e dimensioni fino a risucchiare in sé il pianeta stesso. Per fortuna questi scenari apocalittici sono molto lontani dalla realtà, anche perché - seppur in tono minore - è da trent'anni che si fanno test simili senza che siano state registrate conseguenze particolari.

Secondo il portavoce del Cern James Gillies, il ricorso non ha introdotto argomenti che non siano stati già stati esaminati in passato e se questi esperimenti fossero pericolosi già lo si saprebbe. Al Centro europeo per la ricerca nucleare sono convinti che non c'è nessun motivo per temere che la messa in opera dell'Lhc possa dar vita ad un buco nero, anche perché in natura - come quando i raggi cosmici colpiscono la terra - si producono continuamente collisioni di energia, persino più forti di quelle che saranno prodotte artificialmente dall'acceleratore.

(5 settembre 2008)

02/09/2008

Lhc, via libera da Strasburgo

tratto da: www.repubblica.it

Un gruppo di ricercatori si era appellato alla Corte europea dei diritti dell'uomo
Secondo gli oppositori l'acceleratore di particelle potrebbe generare un buco nero

Lhc, via libera da Strasburgo
"L'esperimento vada avanti"

Dai giudici no all'appello. Il 10 settembre il test a Ginevra

 

Il Large hadron collider

STRASBURGO - Via libera anche dalla Corte europea dei diritti dell'uomo all'esperimento del Cern che, grazie all'accelleratore "Large hadron collider" (Lhc), cercherà di riprodurre le condizioni immediatamente successive al Big Bang che ha generato l'universo. I giudici si sono pronunciati dopo la denuncia di un gruppo di ricercatori, convinti che il test genererà un buco nero in grado di risucchiare il pianeta.

La causa. Gli oppositori dell'esperimento, guidati da Markus Goritschnig, si erano rivolti alla Corte di Strasburgo, chiedendo che venissero applicate misure di blocco nei confronti dei venti paesi membri del Cern, il Centro europeo per la ricerca nucleare responsabile del progetto. Secondo Goritschnig e gli altri, gli Stati che collaborano al progetto sarebbero responsabili della violazione dell'articolo 2 e dell'articolo 8 della Convenzione europea per i diritti umani, ovvero il diritto alla vita e il diritto al rispetto della vita privata e familiare. La Corte ha tuttavia ritenuto che nessuno di questi articoli fosse stato violato dando così il via libera definitivo all'esperimento.

Gli esperti. Sull'apocalisse paventata dagli oppositori, si è espresso anche il mondo della scienza italiano. E' sicuro del buon esito dell'esperimento il presidente dell'Istituto nazionale di Fisica nucleare Roberto Petronzio: "Questi scenari apocalittici non hanno alcun riscontro reale. Da Lhc non arriva nessun pericolo. L'allarme lanciato è basato su congetture e ipotesi e non su riscontri reali". Stessa posizione anche per il presidente del Cnr ed ex direttore generale del Cern Luciano Maiani: "L'esperimento è da considerare a rischio zero, relativamente a quanto quest'espressione possa essere utilizzata in fisica: è stato giusto porsi il problema ma esso non ha un fondamento tale da indurre preoccupazioni".


Il test. Il primo utilizzo dell'LHC, il più grande accelleratore di particelle mai costruito, con un diametro di 26 chilometri e costato circa 6 miliardi di euro, si terrà come da programma il prossimo 10 settembre al Centro di ricerche nucleari di Ginevra. La speranza degli scienziati è quella di individuare il bosone di Higgs, particella responsabile - almeno in teoria - di aver dato massa a tutte le altre.

(1 settembre 2008)

01/09/2008

BUCO OZONO SI RICHIUDERA' NEL GIRO DI 50-60 ANNI

 tratto da: www.ansa.it

» 2008-08-31 21:16

BUCO OZONO SI RICHIUDERA' NEL GIRO DI 50-60 ANNI

 

ROMA  - Il buco dell'ozono dovrebbe richiudersi nel giro dei prossimi 50-60 anni. Una previsione che arriva utilizzando modelli matematici negli anni sempre più precisi, anche grazie a potenti pc, ma che soprattutto deve molto alle campagna di misurazione condotte da progetti internazionali ai quali ha partecipato in prima fila l'Italia.

A fare il punto su dieci anni di lavoro in questo campo sarà la presentazione del Cnr al quarto Simposio internazionale Sparc (Stratospheric Processes and their Role in Climate), un progetto internazionale del Wcrp (World Climate Research Programme), che vedrà 400 scienziati ed esperti da tutto il mondo confrontarsi dal 31 agosto al 5 settembre presso l'area della ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna. Al centro dei lavori lo studio della stratosfera, la regione atmosferica compresa fra 12 e 60 km di altezza.

"Negli ultimi dieci anni abbiamo utilizzato un ex aereo spia russo, l'M55, per volare fra i 15 e i 20 km di quota, sopra gli aerei di linea - spiega Federico Fierli, dell'Isac Cnr - in Artide e Antartide dedicandoci ai meccanismi alla base del buco dell'ozono, come la composizione chimica dell'atmosfera e gli aerosol". Altre misurazioni sono state condotte nella fascia equatoriale dei tropici "su Brasile, Africa, Australia e Seychelles - aggiunge l'esperto - per lo studio dei sistemi convettivi, cioé grossi sistemi nuvolosi importanti per definire lo scambio di inquinanti prodotti dal suolo e poi trasportati in parti più alte della troposfera (sotto 12 km)". In particolare "si è misurato quanto queste grosse nubi - afferma Fierli - abbiano un impatto sulla composizione atmosferica, trasportando materiale fino a 16 km di altezza e aumentando il contenuto di vapore acqueo, uno dei gas serra più potenti. La loro variazione cambia l'equilibrio del clima". Dove possono arrivare queste nubi? "Possono essere molto alte e raggiungere i 19 km di altezza, cioé la stratosfera (sopra 16 km ai tropici e sopra i 12 km alle nostre latitudini) - aggiunge l'esperto - alterandone il clima. Fino ad oggi non si pensava potessero superare i 16 km: la nuova ipotesi è che quanto avviene sopra i 12 km possa avere un impatto sui regimi meteorologici al suolo, anche nel meteo delle medie latitudini, un fattore importante per le previsioni su scala stagionale". (ANSA).

Fermate il test sul Big Bang

 

tratto da www.repubblica.it

L'esperimento fra 10 giorni. Guerra tra scienziati: "Un buco nero ci inghiottirà
Il Cern di Ginevra: nessun rischio. Ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani

Fermate il test sul Big Bang
o la Terra sparirà"

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

 

L'acceleratore di particelle a Ginevra

LONDRA - Per gli studiosi che si apprestano a spingere il pulsante d'accensione, si tratta di ricreare le condizioni che esistevano una frazione di secondo dopo il Big Bang: ovvero di riportarci indietro nel tempo sino al momento della creazione del nostro universo, all'inizio del mondo.

Ma per un gruppo di preoccupati ricercatori l'esperimento che dovrebbe cominciare tra dieci giorni in un immenso laboratorio sotterraneo, sepolto a un centinaio di metri sotto il confine tra Francia e Svizzera, comporta il rischio della fine del mondo, la distruzione e anzi la letterale scomparsa del nostro pianeta. Così, all'ultimo momento, gli oppositori del progetto hanno presentato un ricorso davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani, che in teoria potrebbe bloccare il più grande, ambizioso e costoso test scientifico di tutti i tempi.

Oggetto della contesa è il Large hadron collider, un acceleratore da 6 miliardi di euro che, facendo scontrare particelle atomiche ad alta velocità e generando temperature di più di un trilione di gradi centigradi, dovrebbe rivelare il segreto di come è cominciato l'universo. Venti paesi europei, più gli Stati Uniti, hanno finanziato il progetto, che dopo anni di preparativi dovrebbe prendere il via il 10 settembre al Centro di Ricerche Nucleari di Ginevra.

Qualcuno, tuttavia, teme che l'esperimento andrà ben oltre le aspettative, creando effettivamente un mini buco nero, che crescerà di dimensioni e potenza fino a risucchiare dentro di sé la terra, divorandola completamente nel giro di quattro anni. Gli scienziati di Ginevra ribattono che non c'è assolutamente nulla da temere: ci sono scarse possibilità che l'acceleratore formi un buco nero capace di porre una minaccia concreta al pianeta, dicono, perché la natura produce continuamente delle collisioni di energia più alte di quelle che saranno create artificialmente dall'acceleratore, per esempio quando i raggi cosmici colpiscono la terra. Esperimenti di questo tipo, inoltre, sono stati condotti per trent'anni, senza avere risucchiato nemmeno un pezzettino della terra né causato danni di qualsiasi genere.

Vero è che il nuovo acceleratore ha suscitato attenzioni e polemiche perché è il più grande mai costruito, con una circonferenza di 26 chilometri e la possibilità di lanciare particelle atomiche 11.245 volte al secondo prima di farle scontrare una contro l'altra a una temperatura 100mila volte più alta di quella che esiste al centro del sole. La speranza è individuare, così facendo, le teoriche particelle chiamate bosoni di Higgs, giudicate responsabili di avere dato massa, ovvero peso, a ogni altra particella esistente. Ma gli scienziati ammettono che ci vorranno anni prima di arrivare eventualmente a un risultato del genere, per le difficoltà nel trovare particelle così infinitesimamente piccole nel caos primordiale post-Big Bang creato dentro l'acceleratore.

Abbiamo ancora dieci giorni per salvare la terra?, si chiede, con leggera ironia, il Sunday Telegraph. "I miei calcoli indicano che il rischio che un buco nero mangi il pianeta a causa dell'esperimento è serio", afferma il professor Otto Rossler, un chimico tedesco della Eberhard Karls University che ha presentato il ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani insieme ad alcuni colleghi. Replica James Gillies, portavoce del Centro Ricerche Nucleari di Ginevra: "Il ricorso non introduce nessun argomento che non sia già stato esaminato e respinto in passato, se questi esperimenti fossero rischiosi lo sapremmo già".

In ogni caso lo sapremo con certezza dopo il 10 settembre, se la Corte Europea, come sembra di capire, darà luce verde all'iniziativa: che non sarà la "fine del mondo", ma un po' di curiosità al di fuori dei confini della scienza, in questo modo, l'ha ottenuta.

(1 settembre 2008)

29/08/2008

IN CUORE NEBULOSA UNA FONTE DI SUPER-ENERGIA

 tratto da: www.ansa.it

 2008-08-28 19:43

IN CUORE NEBULOSA UNA FONTE DI SUPER-ENERGIA

 

ROMA - Per la prima volta è stata identificata la fonte di uno dei fenomeni più ricchi di energia mai osservati nell'universo. Le particelle emesse ad un'energia cento volte superiore rispetto a quella dei più potenti acceleratori costruiti dall'uomo provengono dal centro della nebulosa del Granchio, a circa 6.500 anni luce dalla Terra.

La scoperta, pubblicata su Science e basata sui dati del satellite Integral, realizzato dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) con il contributo dell' Agenzia Spaziale Italiana (Asi), è frutto della collaborazione fra Gran Bretagna, con l'università di Southampton, e l'Italia, con l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), coordinata da Tony Dean.

Nata dalla gigantesca esplosione di una supernova osservata sulla Terra nel 1054, la Nebulosa del Granchio sta funzionando ininterrottamente come un super-acceleratore naturale: il suo cuore è una stella di neutroni che pulsa al ritmo di 30 rotazioni al secondo, emettendo particelle di luce (fotoni) a energie altissime. Solo lo studio condotto fra Gran Bretagna e Italia ne ha scoperto l'origine e segna una tappa fondamentale nel comprendere come funzionamento le stelle di neutroni. Queste ultime, chiamate anche pulsar, sono oggetti ancora misteriosi con una massa pari a quella del Sole ma 70.000 volte più piccole, quindi estremamente dense, e con un campo gravitazionale cento miliardi di volte più intenso rispetto a quello della Terra.

A portare i ricercatori fino alla stella di neutroni sono state le stesse particelle gamma polarizzate, ossia perfettamente allineate lungo un asse. Riconoscerle e "inseguirle" fino alla loro sorgente è stato però tutt'altro che facile e ha richiesto oltre 600 osservazioni della nebulosa fatte dal satellite, confrontate con un modello al computer. Per il direttore dell'Istituto di astrofisica spaziale e fisica cosmica (Iasf) dell'Inaf, Pietro Ubertini, che è fra gli autori del lavoro, "osservare fotoni polarizzati è come vedere un gran numero di persone scendere da un autobus e, invece di andare ognuna per i fatti suoi, incamminarsi tutte nella stessa direzione. Ma se parliamo di fotoni gamma, quelle persone dobbiamo immaginarcele come omaccioni grossi, muscolosi e determinati come non mai a far di testa propria: quale che sia il meccanismo fisico che li ha messi in riga, deve avere una potenza inimmaginabile".

Oltre a permettere di conoscere le misteriose stelle di neutroni, la scoperta promette di avere un grande impatto sulla fisica fondamentale. Per il direttore dell'Unità di Osservazione dell'Universo dell'Asi, Enrico Flamini, "é un ulteriore fondamentale contributo della scienza italiana alla comprensione delle leggi che regolano l' universo".